Vaccini in epoca Covid-19 e post Covid-19

La produzione dei vaccini contro il virus Sars-Cov-2 ha messo in evidenza due aspetti fondamentali. Primo – e questo ha stupito tutti, anche gli esperti del settore: disponiamo di tecnologie che potenzialmente consentono lo sviluppo, la valutazione e l’uso di un nuovo vaccino in meno di un anno. Secondo – aspetto molto meno stupefacente, ma troppo spesso dimenticato: i vaccini sono degli strumenti fondamentali per salvare vite umane.

È ormai chiaro che nel corso della pandemia sono state effettuate meno vaccinazioni di routine, in particolare per quanto riguarda adulti e adolescenti. Ci sono poi delle vaccinazioni per cui in Italia non sono mai stati raggiunti livelli di copertura accettabili, come per l’Herpes Zoster. La sfida del futuro consisterà proprio nel riprendere le fila delle vaccinazioni in tutte le fasce d’età, approfittando di nuovi ed efficaci vaccini prodotti attraverso tecnologie sempre più innovative, creando una sinergia tra i diversi specialisti e sfruttando tutte le possibilità che la digitalizzazione mette a disposizione, come il fascicolo sanitario elettronico e il sito “trova il mio vaccino”.

In un incontro online, mediato da Paolo Bonanni, si sono confrontati su questi temi Rino Rappuoli, Chief Scientist and Head External R&D di GSK Vaccines a Siena e Professore di Vaccines Research presso l’Imperial College di Londra; Angela Bechini, Professoressa dell’Università degli Studi di Firenze; Chiara Azzari, Professore Universitario presso AOU Meyer; Caterina Rizzo, Dirigente Medico presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e Sandro Giuffrida, Direttore UOC Igiene e Sanità Pubblica ASP Reggio Calabria.

Una corsa contro il tempo: lo sviluppo dei vaccini per il Covid-19

Come è stato possibile produrre i vaccini per Sars-Cov-2 in meno di un anno? Lo spiega bene Rino Rappuoli, ripercorrendo la storia dello sviluppo dei vaccini dagli anni ’80. A quell’epoca la fase di scoperta del vaccino (la messa a punto in laboratorio del vaccino) era molto lunga, mentre le fasi di sviluppo (di ottimizzazione, passaggio dalla fase preclinica alla fase clinica e i trial clinici) erano relativamente rapide. In totale occorrevano più di dieci anni per produrre un vaccino.

Nel 2010 i ricercatori disponevano di nuovi strumenti: la reverse vaccinology (creata proprio da Rappuoli) i nuovi adiuvanti, screening su larga scala. Grazie a queste tecnologie la parte di scoperta è stata accelerata, mentre per questioni di prudenza la fase di sviluppo è diventata più lenta, con un maggior numero di partecipanti ai trial clinici.

La predizione era che, entro il 2020 anche i tempi di sviluppo sarebbero stati ridotti, perché sarebbe stato possibile effettuare più fasi in parallelo.
In questo contesto, tecnologicamente maturo per un’accelerazione, la pandemia ha agito da catalizzatore. “Il vaccino è stato prodotto in 10 mesi, perché avevamo a disposizione nuove tecnologie: l’internet based vaccine, la structural vaccinology, la biologia sintetica, i vaccini a mRna in corso di sviluppo e gli adiuvanti”, racconta il microbiologo.

Negli ultimi anni, il passaggio ai vaccini “digitali” ha fatto sì che, se prima serviva un organismo (virus, batterio, parassita), per la produzione, oggi basta la sequenza del genoma del patogeno inviata via internet da un altro laboratorio per poter sintetizzare in poco tempo, qualche settimana, il vaccino.

C’è anche una ragione economica, che spiega l’accelerazione di quest’anno. In genere le aziende farmaceutiche procedono in modo sequenziale nello sviluppo di farmaci e vaccini. Prima la fase di scoperta, poi quella di sviluppo precoce, infine lo sviluppo tardivo. Ogni fase ha un costo ingente, “quindi prima di procedere alla fase successiva le aziende devono attendere che la fase precedente sia conclusa e dia risultati positivi, altrimenti fallirebbero”. In questo contesto di emergenza, il settore pubblico ha assunto il rischio di uno sviluppo in cui le diverse fasi venivano portate avanti contemporaneamente, investendo 15 miliardi di dollari nella produzione. È partito lo sviluppo di vaccini a mRna, di vaccini proteici adiuvati e di vaccini adenovirali. I primi due hanno mostrato un’efficacia del 95%, gli adenovirali tra il 62 e il 90%.

A che punto siamo ora? Alla fine dell’anno scorso il virus, “messo alle strette” dall’immunità naturale di coloro che erano già stati infettati, si è trasformato, dando vita alle varianti. L’immunità vaccinale è più potente dell’immunità naturale, quindi la sfida ora consiste nel creare nella popolazione un’immunità più alta, anche attraverso una terza dose di vaccino che, sulla base degli studi condotti fin ora, sembra indurre la produzione di anticorpi neutralizzanti contro tutte le varianti attualmente esistenti. Resta poi il problema dell’inequità nella distribuzione dei vaccini: nei Paesi più ricchi il 60-70% della popolazione è vaccinato, contro l’1% della popolazione nei Paesi in via di sviluppo.

Un nuovo vaccino contro il meningococco

La partita contro il Covid-19 evidentemente non è chiusa, tuttavia bisogna mantenere alta l’attenzione anche sulle altre vaccinazioni.
Per quanto riguarda il meningococco, mette in guardia Chiara Azzari, negli ultimi anni, in tutto il mondo, abbiamo assistito ad un incremento del batterio Neisseria meningitis sierogruppo W. Per questa ragione ormai si raccomanda una vaccinazione contro tutti i sierogruppi, A,C,W e Y: il Calendario vaccinale per la vita del 2019 suggerisce la sostituzione del vaccino per il meningococco C con il vaccino tetravalente nei bambini al tredicesimo mese di vita.

“La novità degli ultimi mesi è stata proprio la produzione del vaccino tetravalente Men ACYW-TT”, osserva l’immunologa. Gli studi hanno mostrato che il nuovo vaccino non è mai inferiore e a volte è superiore al vaccino MCV4-TT in termini di percentuale di soggetti che sieroconvertono dopo la vaccinazione e in termini di titolo anticorpale in tutti i gruppi di età e per tutti i sierogruppi. “Questi dati positivi lasciano pensare che la protezione indotta da questo vaccino potrebbe essere più a lungo termine”.

La Professoressa fa anche un punto sui dati real-world, ormai numerosi, sull’efficacia del vaccino 4CMenB. Nel settembre 2015, il Regno Unito è stato il primo paese a introdurre il vaccino nel programma nazionale di immunizzazione dei neonati somministrando tre dosi a 2,4 e 12 mesi. Uno studio condotto dopo quattro anni mostra l’elevata efficacia del vaccino: erano attesi 253 casi di malattia meningococcica, se ne sono verificati 63.

In Italia il vaccino è stato autorizzato nel 2013 ed è stato inserito nel programma di immunizzazione nazionale per neonati nel 2017. Gli studi condotti in Toscana e in Veneto mostrano un’efficacia elevata, oltre il 90%, e forniscono indicazioni sulla migliore schedula vaccinare da adottare. I dati toscani mostrano che la vaccinazione precoce (in cui la prima dose viene somministrata al secondo mese e non al settimo) porta ad una maggiore efficacia nel ridurre i casi di malattia.

Herpes Zoster: un vaccino più efficace e con un’indicazione più ampia

Come accennato precedentemente, una vaccinazione spesso trascurata ma fondamentale è quella contro l’Herpes Zoster. In altri articoli abbiamo discusso della disponibilità, da diversi mesi, in Italia, di un vaccino ricombinante adiuvato che ha un’efficacia superiore e un’indicazione più ampia rispetto al vaccino vivo attenuato usato fin ora.

Sandro Giuffrida sottolinea come i bassi livelli di copertura vaccinale contro l’Herpes Zoster, siano dovuti in parte a una scarsa percezione del rischio di sviluppare la malattia e delle conseguenze che questa può avere e in parte alla scarsa conoscenza del fatto che esistono dei vaccini. Giuffrida ricorda che la complicanza più comune dell’Herpes Zoster, la nevralgia post erpetica, provoca un dolore cronico che può durare anche diversi anni e per questa patologia non esistono trattamenti efficaci. Può però essere prevenuta efficacemente (con un’efficacia che arriva al 100%) con il nuovo vaccino.

Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019 inserisce il vaccino per l’Herpes Zoster come offerta attiva dai 65 anni e ai soggetti a rischio. L’indicazione potrebbe cambiare grazie al nuovo vaccino dotato di un sistema adiuvante “progettato per sopperire al declino dell’immunità cellula mediata associato all’età (immunossenescenza), fornendo un’ampia protezione a tutti gli individui over 50, ma anche agli adulti con comorbidità o immunocompromessi a partire dai 18 anni”.

Il vaccino può essere somministrato in concomitanza con altri vaccini: antinfluenzale, penumococcico, per il tetano e la pertosse, anche a coloro che precedentemente avevano ricevuto il vaccino vivo attenuato contro l’Herpes Zoster.
I dati real-world condotti fin ora confermano che il nuovo vaccino è più efficace del precedente: l’efficacia di due dosi è del 70%, di una sola dose del 57% contro il 38% del vivo attenuato. Per queste ragioni diversi Paesi (come gli Stati Unti, la Germania e la Gran Bretagna), lo hanno preferito al vaccino precedente.

“Trova il mio vaccino”

I nuovi vaccini di cui si è discusso in questo incontro, e molti altri, sono destinati (anche, nel caso del meningococco), agli adulti. Le vaccinazioni negli adulti sono però spesso trascurate, anche a causa di una scarsa consapevolezza, da parte dei pazienti, di quali vaccini siano indicati per loro e di quali benefici potrebbero trarne. Per questa ragione è stato sviluppato e messo da poco online il sito “Trova il mio vaccino”.

Angela Bechini spiega brevemente il funzionamento del sito che rende accessibili le informazioni dell’attuale Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale. Gli interessati (i pazienti stessi o i medici interpellati dai pazienti) compilano un questionario online per verificare la loro situazione e valutare i fattori di rischio che rendono opportune determinate vaccinazioni (età, malattie, luogo di lavoro..) Dopo un mese e mezzo dalla pubblicazione del sito sono state compilate 217 schede, nella maggior parte dei casi gli interessati erano operatori sanitari o operatori scolastici. Le comorbidità più comuni sono state le patologie cardiovascolari e il diabete.

Post correlati

Lascia un commento

*