Tumore al seno: screening con MRI vantaggioso per le donne con mutazioni non-BRCA

(Reuters Health) – Nelle donne con varianti patogenetiche non BRCA1/2 con rischio da moderato a alto di tumore al seno, lo screening tramite MRI (risonanza magnetica) dall’età di 30 o 35 anni potrebbe notevolmente ridurre la mortalità per questa neoplasia.

Kathryn P. Lowry e colleghi – dell’Università Washington a Seattle – sono giunti a questa conclusione usando i modelli di simulazione del Cancer Intervention and Surveillance Modeling Network e i punteggi del rischio del Cancer Risk Estimates Related to Susceptibility Consortium per stimare gli effetti di diverse strategie di screening in donne statunitensi nate nel 1985 con varianti patogenetiche ATM, CHEK2 o PALB2.
Il rischio medio stimato di tumore al seno era del 20,9% per le donne con varianti patogenetiche ATM, 27,6% per le donne con varianti patogenetiche CHEK2 e 39,5% per le donne con varianti patogenetiche PALB2.

In tutte le varianti, la sola mammografia annuale effettuata dai 40 ai 74 anni ha ridotto la mortalità per tumore al seno tra il 36,4% e il 38,5% rispetto all’assenza di screening, con un numero di screening falso-positivi variabile tra 2.092 e 2.224 e un numero di biopsie benigne variabile tra 279 e 296.

Lo studio ha stimato che lo screening con una MRI annuale a partire dai 35 anni, seguita da mammografia e MRI annuali a partire dai 40 anni, sarebbe in grado di ridurre la mortalità per tumore al seno in una percentuale variabile tra il 54,4% e il 57,6% rispetto all’assenza di screening, con un numero di screening falso-positivi tra 4.661 e 5.001 e da 1.280 a 1.368 biopsie benigne ogni 1.000 donne.

Una MRI annuale a partire dai 30 anni, seguita da mammografia e MRI dai 40 anni, ridurrebbe la mortalità tra il 55,4% e il 59,5%, con un numero di falso-positivi compreso tra 5.075 e 5.415 e un numero di biopsie benigne compreso tra 1.439 e 1.528 ogni 1.000 donne.

I ricercatori hanno riscontrato che nel contesto dello screening tramite MRI, iniziare la mammografia annuale a 30 anni o a 40 anni non ha ridotto significativamente la mortalità, ma ha comportato l’aumento di screening falso-positivi e biopsie benigne.

A trarre maggior beneficio da questa metodica diagnostica sarebbero le donne con varianti patogenetiche PALB2. Un dato che comunque non sorprende, sottolineano i ricercatori, se si considera il rischio più elevato di tumore al seno che corrono queste pazienti e la frequenza delle prognosi infauste quando si sviluppa il cancro.

Fonte: JAMA Oncology
Reuters Staff
(Versione Italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

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