SaniTalk#7. Salute di genere, un obiettivo ancora lontano ma sotto i riflettori

La medicina di genere o, meglio, la medicina genere-specifica è definita dall’Organizzazione mondiale della sanità come lo studio dell’influenza delle differenze biologiche (definite dal sesso) e socio-economiche e culturali (definite dal genere) influisce sullo stato di salute e di malattia di ogni persona. Una crescente mole di dati epidemiologici, clinici e sperimentali indica l’esistenza di differenze rilevanti nell’insorgenza, nella progressione e nelle manifestazioni cliniche delle malattie comuni a uomini e donne, nella risposta e negli eventi avversi associati ai trattamenti terapeutici, nonché negli stili di vita e nella risposta ai nutrienti. Anche l’accesso alle cure presenta rilevanti diseguaglianze legate al genere. Ma a che punto è la medicina di genere?

Di tutto questo si è parlato a SaniTalk, il progetto realizzato da Sics Editore con il supporto di Alfasigma e condotto da Corrado De Rossi Re (Sics-Quotidiano Sanità), che in occasione del 48° congresso dell’Anmdo (l’Associazione di Medici di Direzione Sanitaria Ospedaliera) si è trasferito a Napoli per la sua settima puntata. Protagonisti del confronto Luigi Bagnoli (presidente Omceo Bologna), Alice Basiglini (Ufficio Studi Aiop), Rosa Borgia (vicepresidente Card), Maria Ernestina Faggiano (consiglio direttivo Sifo), Antonino Giarratano (presidente Siaarti), Gianfranco Finzi (presidente Anmdo), Roberta Siliquini (presidente SiTI), Gabriele Pelissero (vicepresidente scientifico Anmdo), Massimo Castoro (presidente Anmdo Veneto), Gabriella Nasi (direttore sanitario dell’Ospedale Cristo Re) e Antonella Agodi (ordinario di Igiene all’Università di Catania).

“Il tema è oggi certamente oggi più sentito che nel passato ma c’è ancora la strada da percorrere”, ha esordito Antonella Agodi aprendo il dibattito. “È una questione importante da affrontare perché – ha spiegato – non si tratta solo di diritto alla salute di una parte dei cittadini, che pure è fondamentale garantire, ma di elementi sulla base dei quali pianificare i nostri interventi all’interno dell’intero sistema di sanitario”. Quando si parla di genere, ha quindi evidenziato l’ordinario di Igiene dell’università di Catania, “non si parla soltanto di determinanti strettamente biomedici o sanitari; molti di questi sono soprattutto sociali che richiedono un approccio multisettoriale, oltre che multidisciplinare”.

“Quando ci riferiamo al genere – ha confermato Gabriella Nasi – trattiamo di salute, ma anche di ambiente culturale e sociale. È un tema che ha a che fare con l’umanizzazione e che oggi va portato avanti ancora con più forza, nella consapevolezza che ci aiuta non solo ad affrontare le problematiche sanitarie e di salute, ma anche fenomeni come la violenza domestica o nella nostra professione”.

La medicina di genere, ha infatti precisato Massimo Castoro, entrando nel dettaglio del concetto, “non è una disciplina, bensì qualcosa di trasversale che in modo trasversale va affrontato”. Le “enormi differenze tra uomini e donne, che a livello sanitario si può tradurre nell’insorgenza di diverse patologie, in diversa sintomatologia e in diverse reazioni alle terapie, esigono approcci diversi e programmi di educazione sanitaria specifici, oltre che campagne di sensibilizzazioni differenziate”.

Per Castoro, “dal momento che le direzioni ospedaliere hanno una visione di sistema e possibilità e capacità di orientare, integrare, coinvolgere, supportare, facilitare e sostenere i progetti, potrebbero avere anche un ruolo importante per portare avanti questo impegno e fare crescere questa consapevolezza. Per fare diventare la medicina di genere una realtà, infatti, serve una base comune, di cultura e di lavoro”.

Luigi Bagnoli ha però messo in guardia da un rischio: “Attenersi al biologico e ai dati dimenticando quanto può emergere dalla relazione fra il medico e paziente”.

Per il presidente dell’Omceo di Bologna va quindi ritrovato “il tempo di cura, quello più specifico della comunicazione. Eppure questo aspetto nei piani formativi universitari è ancora largamente sottovalutato, così che quando un giovane medico inizia ad approcciarsi al paziente, la sua capacità di comunicare e creare una relazione è molto scarsa”. Per Bagnoli, tuttavia, non è solo un problema di formazione, ma anche di organizzazione: “Il colloquio con il paziente non può essere ridotto a una visita di 8-10 minuti. È evidente che non puoi conoscere la storia di una persona così poco tempo”.

Anche per Rosa Borgia il tema investe quello che si può definire “attenzione alla cura”. “Come confederazione dei distretti sanitari dove si fa sanità pubblica e come società scientifica raccogliamo subito la sfida lanciata dai direttori ospedalieri chiedendo di collaborare per valorizzare la medicina di genere”.

Del resto, ha ricordato la vicepresidente Card, “noi lavoriamo sul territorio e il territorio è dove più si conosce e si entra in contatto con le caratteristiche sociali, psicologiche, economiche e geografiche della popolazione e del singolo. I distretti sono come degli sportelli aperti al pubblico, dove i pazienti – siano essi uomini che donne o transgender – rappresentano le loro problematiche e bisogni sanitari o sociosanitari”.

Per Borgia è quindi “essenziale intersecare le competenze per meglio capire quali sono i bisogni delle persone e costruire i le soluzioni più adatte”.

Alice Basaglini ha voluto evidenziare l’impegno che la sanità privata accreditata che Aiop rappresenta per “preservare l’universalità e l’equità di accesso e, in questo caso, anche l’equità di trattamento” ma anche far notare come, se esiste un sistema per studiare le variabili biologiche, molto più difficile è monitorare ed elaborare i dati sulle variabili culturali, ambientali e socio-economiche.

Basaglini ha infine posto l’attenzione sul fatto che, “tutt’ora, negli studi clinici randomizzati controllati, solo il 20% dei pazienti arruolati sono donne, così come soltanto la metà degli studi clinici su cui basiamo le nostre evidenze e le linee guida prendono in considerazione analisi sul genere. Tra queste, soltanto il 35% fa analisi per sottogruppi”.

Maria Ernestina Faggiano ha parlato del ruolo del farmacista ospedaliero, “impegnato, insieme alle direzioni sanitarie, nei processi di clinical governance, che richiede la gestione e l’analisi di dati, per orientare l’attività dei prescrittori verso appropriatezza e la sostenibilità. In questo potremmo dire che c’è una correlazione tra la medicina di genere specifica e la farmacologia, perché il differenziale del genere richiede appropriatezza prescrittiva, che vuole dire migliore efficacia delle terapie ma anche migliori profili di sicurezza”. Aspetti questi, ha fatto notare la consigliera Sifo, che riguardano anche i dispositivi medici, “di cui però si parla poco”.

Per Faggiano, infine, il farmacista, anche sul territorio, può svolgere un ruolo importante in quel processo di comunicazione e relazione già accennato nel corso del dibattito.

Anche nel settore dell’anestesia rianimazione esiste la specificità di genere, da considerare così come altri elementi, tipo l’età del paziente. “Come società scientifica che si occupa di ricerca e formazione – ha detto Antonino Giarratano – non possiamo non porre l’attenzione sul fatto che, che in questo momento, il 90% dei farmaci che abbiamo sviluppato e che stiamo utilizzando sono stati studiati e sviluppati per il genere maschile, così come il 70% dei dispositivi”.

Giarratano ha quindi riferito come la Siaarti abbia creato e sviluppano, tre anni fa, un progetto per l’area di cure materno infantili, “un percorso specifico sia sotto il profilo materno che sotto quello pediatrico, per il genere e per le caratteristiche di ciascun soggetto. Ma questo è solo un tassello di un lavoro molto ampio da fare”.

Per Roberta Siliquini sul piano della ricerca clinica qualcosa si sta muovendo: “Sempre in più studi è prevista una percentuale del campione genere femminile, perché le agenzie regolatorie richiedono i dati suddivisi e stratificati per genere, per età così come per altri fattori determinanti”. La presidente della Siti si è quindi detta certa che non si dovrà aspettare molto tempo per avere “farmaci con caratteristiche più precise rispetto al genere”.

In merito alla specificità di genere nel campo della prevenzione, Siliquini ha spiegato che l’obiettivo della Siti, “è quello di arrivare a una sovrapposizione totale degli indicatori di salute nei due generi. Perché oggi abbiamo a disposizione strumenti per farlo, sapendo che queste conoscenze, se usate bene in prevenzione, possono incidere fortemente sui fattori di rischio che, in modo diverso, espongono a maggiore rischio un genere anziché un altro”.

Tirando le fila, Gianfranco Finzi ha valutato con attenzione tutti gli aspetti emersi nel corso del dibattito, sottolineando in particolare la necessità di “un incremento della formazione sul tema, perché concordo con cui dice che oggi non tutti i medici hanno la stessa sensibilità sulla medicina di genere”.

Per Finzi occorre però anche sviluppare un nuovo modello organizzativo, che tenga conto “non solo delle differenze legate al sesso biologico ma dei determinanti derivanti all’ambiente socio culturale. Siamo in piena emergenza, con tassi di immigrazione alti, che devono indurci non solo a ricordarci cosa distingue le donne ma anche a pensare a come viene trattata la donna nel mondo islamico, rispettando le religioni ma tenendo conto che alcune differenze socio-culturali possono incidere in modo anche drammatico sulla salute e il benessere di una donna”.

A chiudere il confronto Gabriele Pellissero, vicepresidente di Amndo, che ha anzitutto sottolineato come “il superamento delle differenze di genere sia un obiettivo generale scritto persino nella nostra Costituzione”. Come medici e professionisti della sanità, ha evidenziato Pellissero, questo obiettivo deve essere ancora più importante, “non a caso il nostro mondo è sicuramente stato più capace di altri ad affrontare in modo serio ed efficace il tema, sia come garanti della salute degli altri, sia come professionisti che riconoscono il merito e le competenze dei colleghi, senza nessuna differenza di genere”.

Il vicepresidente dell’Amndo ha poi ripreso il discorso della medicina di precisione auspicando un maggiore impegno, a partire dalla ricerca scientifica. “Abbiamo bisogno di conoscenze maggiori e più precise, di evidenze, sia sul lato della fisiologia che su quello della patologia legato al genere e ad altri fattori determinanti, culturali, ambientali, sociali, psicologici”.

In ultimo, ha condiviso Pellissero, “il tema di genere riguarda non solo i contenuti della scienza che noi pratichiamo, ma anche il modo in cui lo pratichiamo. La conoscenza non avviene solo attraverso la ricerca scientifica. La comunicazione e la relazione sono strumenti essenziali”.

Lucia Conti

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