Leucemia linfatica cronica: evidenze portano a pensare ad una terapia limitata nel tempo

Ricerca clinica e investimenti sono le parole d’ordine per soddisfare i bisogni irrisolti dei pazienti e per creare nuove possibilità di cura sempre più personalizzate. L’avanzamento tecnologico oggi consente di aumentare l’aspettativa di vita di molti pazienti e per diverse patologie. Anche nell’ambito dei tumori del sangue la sfida è questa ed anzi per la leucemia linfatica cronica va oltre: riuscire a trattarla senza chemioterapia e per un tempo limitato. Di questa possibilità si è parlato in occasione della conferenza stampa live streaming di AbbVie, che si è svolta oggi, dal titolo “Leucemia linfatica cronica: verso una nuova terapia definita nel tempo”.

La leucemia linfatica cronica è la forma di leucemia più frequente nel mondo occidentale, colpisce solo gli adulti e ha una insorgenza intorno ai 70 anni di età. La diagnosi avviene spesso in modo occasionale tramite un semplice esame del sangue. “Un alterato numero di globuli bianchi e di linfociti sono i primi campanelli d’allarme che possono far pensare ad una diagnosi di leucemia linfatica cronica”, ha precisato Robin Foà dell’Università Sapienza, Policlinico Umberto I di Roma. Alcuni pazienti possono convivere con la patologia senza necessitare di trattamenti mentre altri hanno bisogno di seguire una terapia a vita. “Per molti anni, lo standard di trattamento è stato la chemioterapia – ha proseguito Foà – Poi siamo passati alla chemio-immunoterapia, il che vuol dire che alla chemioterapia è stato aggiunto un anticorpo monoclonale. Oggi siamo arrivati a farmaci meccanicistici, farmaci diretti cioè ai meccanismi che sostengono il clone neoplastico nella leucemia linfatica cronica. I due capisaldi di questo sono gli inibitori dei cosiddetti BTK e il BCL-2”.

Siamo quindi nell’ambito di terapie target che vanno a colpire uno specifico “aspetto” della malattia, per poterla neutralizzare. “Questo è il tipo di terapia che viene definito ‘intelligente’ quindi molecole che vanno ad agire esattamente sull’alterazione molecolare che caratterizza la cellula tumorale. In questo caso il bersaglio è rappresentato dalla proteina antiapoptotica chiamata BCL-2”, ha spiegato Annalisa Iezzi, direttore medico AbbVie Italia. “Questa proteina, presente in abbondante quantità nelle cellule tumorali della leucemia linfatica cronica, impedisce la morte programmata delle cellule e anzi le aiuta a sopravvivere di più rendendole resistenti alle terapie tumorali. Attaccando la proteina BCL-2 e bloccandone il meccanismo di azione il farmaco è in grado di indurre la morte delle cellule tumorali e di rallentare la progressione della malattia; potenzialmente anche di indurre la completa guarigione”, ha proseguito Iezzi. Queste cellule tumorali dunque avrebbero di per sé un input di morte cellulare programmata naturale, ma quando si verifica una alterata regolazione della proteina BCL-2 la cellula non ha più l’input a morire, continua a sopravvivere e crea un ambiente ostile per le cellule dell’organismo portando alla malattia ematologica sistemica. Ecco perché è importante agire su questa proteina. E non solo. L’altro aspetto da non sottovalutare è la possibilità di ottenere una risposta importante alla terapia tale da poterla sospendere e quindi sottoporre i pazienti solamente per un tempo limitato alle cure. Il cambio di prospettiva è tale per cui si potrebbe passare da una terapia a vita ad una a tempo, per così dire.

Ma entriamo nello specifico con qualche dato. A partire da dicembre 2019, l’Agenzia italiana del farmaco Aifa ha concesso la rimborsabilità a venetoclax in associazione con rituximab, questo il trattamento di cui stiamo parlando, per la cura della leucemia linfatica cronica recidivante refrattaria in pazienti che avevano ricevuto almeno una linea di trattamento. A supporto di tale decisione i risultati derivati dallo studio MURANO. Questo “è uno studio molto interessante per una serie di motivi”, ha commentato Paolo Ghia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. “I risultati ci hanno mostrato elevate percentuali di risposte profonde con malattia minima residua non rilevabile al termine dei 24 mesi della terapia combinata (venetoclax più rituxibam ndr.). Altro dato significativo emerso dallo studio è che più del 50% dei pazienti mantiene una risposta alla combinazione dei due farmaci anche dopo l’interruzione del trattamento e l’85% dei pazienti dimostra una sopravvivenza libera di malattia a 4 anni dal trattamento”, ha proseguito.

Di “cambiamento clinico radicale”, ha parlato anche Stefano Molica dell’Azienda Ospedaliera Pugliese-Ciacco di Catanzaro. “Siamo passati da una terapia continuativa a una terapia a termine. Il clinico che si trova di fronte ad un paziente con malattia recidivante refrattaria avrà la possibilità di scegliere, in base a criteri di efficacia e tollerabilità del paziente, in base alle sue comorbidità, al suo quadro di salute, la strategia migliore tra una terapia continuativa o un agente target per una terapia a termine”.

Il cambiamento di cui stiamo parlando è da intendersi non solo dal punto di vista del clinico, ma anche dal punto di vista del paziente. Basti pensare anche solo un momento all’idea di poter scegliere, se la condizione di malattia lo permette, tra una terapia per la vita e una invece per un tempo determinato. “Per il paziente con tumore del sangue ogni progresso è sempre ben accolto”, ha ricordato Sergio Amadori, Presidente Nazionale AIL. “AIL ha come mission quella di accompagnare il paziente in tutto il percorso di malattia e sostenerlo insieme con la sua famiglia anche dal punto di vista psicologico. Questo tipo di supporto – ha proseguito – è fondamentale per reagire nel modo corretto alla diagnosi e per affrontare poi il proprio percorso di cura soprattutto nell’ottica per cui oggi possiamo pensare ad un controllo duraturo di malattia fino alla guarigione”. Il paziente con leucemia linfatica cronica ha bisogno di esser informato correttamente sulla propria patologia tumorale per comprenderne i meccanismi e per imparare a conviverci. Non dobbiamo infatti dimenticare che stiamo parlando di una malattia cronica. “Per investigare sui bisogni irrisolti dei pazienti, AIL ha realizzato in primo Patient Journey della leucemia linfatica cronica dal quale è emersa la necessità per il paziente stesso di dover riprogrammare la propria vita in funzione della malattia ed in questo va, appunto, accompagnato dallo specialista”.

Vantaggi per il clinico, vantaggi per il paziente; vantaggi anche per il Servizio sanitario nazionale? “Il nostro sistema sanitario è universalistico e offre a tutti i pazienti la migliore cura disponibile. Questo comporta anche che, a parità di efficacia, il medico debba utilizzare la terapia con minore impatto in termini di impegno di risorse del Servizio sanitario nazionale”, ha spiegato Antonio Cuneo dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara. Da fonti Aifa si evince che le spese complessive per farmaci sostenute dagli ospedali dal 2011 siano in costante aumento; “se ci riferiamo alla spesa per farmaci contro le neoplasie nel loro complesso e ai farmaci immunomodulatori, la spesa è pari a circa 5 miliardi e mezzo che corrispondono a una spesa pro capite annua di circa 90 euro, con un incremento tra il 2017 e il 2018 del 9,7%. La buona notizia è che abbiamo a disposizione tanti farmaci efficaci e la spesa aumenta proprio per questo motivo”, ma come fare dunque a valutare l’impatto che una nuova terapia ha sul sistema globale. La risposta è in studi cosiddetti di minimizzazione dei costi, proprio come quello realizzato per analizzare l’impatto della combinazione venetoclax più rituximab, terapia a tempo definito, in relazione ad una terapia standard di durata sino a progressione, cioè fino a quando ha effetto. “Presupposto del confronto è che le due terapie abbiano efficacia simile”, ha precisato Cuneo. “Dall’analisi condotta su un numero stimato di circa 3.000 pazienti con leucemia linfatica cronica recidivante refrattaria, che in un anno potrebbero iniziare uno dei due trattamenti, si è visto che, a fronte di una maggiore spesa iniziale della combinazione venetoclax più rituximab, a 24 mesi il costo va ad annullarsi in quanto il trattamento si interrompe, a differenza invece della terapia di confronto che deve proseguire nel tempo. Per concludere, quindi, abbiamo visto come alla fine di una valutazione di 3 anni, il risparmio per il Servizio sanitario nazionale in un anno sarebbe di 76 milioni di euro circa, risorse queste che potrebbero essere impiegate per trattare 376 pazienti in più. Grazie quindi a questa analisi, che prende in considerazione i costi diretti dei farmaci, abbiamo potuto vedere come questa terapia per il Servizio sanitario nazionale è sicuramente vantaggiosa”, ha concluso l’esperto.

L’impegno di AbbVie in ricerca è sempre stato costante: “negli ultimi anni l’azienda ha continuato ad investire in aree come quella dell’immunologia, dell’ematologia, dell’oncoematologia”, ha raccontato Fabrizio Greco, Amministratore Delegato AbbVie Italia. “L’acquisizione di Allegan, avvenuta qualche settimana fa, ci consente non solo di allargare il nostro portfolio, ma anche di proseguire con gli investimenti in ricerca. AbbVie è diventata così la quarta azienda farmaceutica al mondo e si conferma un’azienda orientata verso la ricerca di soluzioni terapeutiche innovative”.

Post correlati

Lascia un commento

*