La “dialisi polmonare” nei reparti di rianimazione

Nei giorni scorsi Milano ha ospitato uno degli appuntamenti internazionali più importanti sull’Anestesia e Rianimazione: il 28° congresso SMART (Smart Meeeting Anesthesia Resuscitation inTensive Care). L’appuntamento scientifico ha fatto il punto sulle novità relative alle tecniche e alle strumentazioni di cui oggi può disporre il medico della Sala Rianimazione. Particolare attenzione è stata dedicata al ruolo dei trattamenti extracorporei nei pazienti con insufficienza multi-organo e alle terapie di rimozione della anidride carbonica nei pazienti affetti da gravi insufficienze respiratorie. Nello specifico si è parlato di “dialisi polmonare”, ovvero della rimozione dell’anidride carbonica dal sangue. “Un obiettivo clinico molto importante – dice Guglielmo Consales, Direttore Anestesia e Rianimazione del Nuovo Ospedale “Santo Stefano” di Prato – perché ci permette di evitare l’intubazione del paziente e i rischi e le complicanze legati a questa operazione”.

Un concetto maturato nel tempo
“Il concetto di dialisi polmonare nasce dalla necessità, nei reparti di Rianimazione, di ventilare meccanicamente i pazienti con insufficienza respiratoria – ricorda Consales – Questo trattamento però è gravato da effetti collaterali e danni importanti. Per evitarli, dunque, si deve depurare il sangue dall’eccesso di anidride carbonica, somministrando contemporaneamente una supplementazione di ossigeno. L’ideale sarebbe sottoporre il paziente a ossigenazione extracorporea a membrana (ECMO), che “sostituisca” temporaneamente cuore e polmoni nella loro funzionalità”.

Non tutti i reparti di Rianimazione hanno a disposizione un’apparecchiatura per l’ECMO, ma è possibile ottenere gli stessi risultati con dispositivi meno complessi e, allo stesso tempo, molto efficaci. “Con questi dispositivi, oggi biocompatibili – aggiunge Consales – è possibile abbassare i livelli di anidride carbonica, filtrando una quantità di sangue contenuta, circa 350 ml di sangue al minuto. Utilizzando flussi di sangue limitati, si riducono le problematiche relative alla coagulazione. L’impiego di questi dispositivi trova indicazione clinica sia nell’insufficienza respiratoria acuta moderata, sia in quella cronica. La metodica è ormai consolidata e l’efficacia clinica sta raccogliendo sempre maggiori evidenze con studi caratterizzati da numeri e casi sempre più importanti. Naturalmente, bisogna continuare su questa strada”.

Un nuovo dispositivo
Durante il congresso è stato presentato uno studio – in corso di pubblicazione – condotto nei reparti di Anestesia e Rianimazione di alcuni ospedali di Roma, Milano, Prato, Cagliari e Mestre. Lo studio ha valutato dieci pazienti con insufficienza renale acuta e insufficienza respiratoria acuta moderata, ipercapnici (con un forte aumento della concentrazione di anidride carbonica nel sangue), ventilati meccanicamente. Questi pazienti sono stati connessi a un dispositivo di scambio gassoso (PrismaLung, messo a punto da Baxter), che assicurava la “dialisi polmonare”. La durata media del trattamento era compresa tra le 30 e le 60 ore. Tutti i pazienti, tranne uno, sono sopravvissuti e in 4 casi è stato possibile staccare il ventilatore meccanico dopo la terapia.

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