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Coronavirus. Intervista a Lopalco sul caso Lombardia e il caso Italia

Le recenti ipotesi sul perché la Lombardia, e di conseguenza l’Italia, presentino un tasso di letalità così elevato per il Covid-19, più che fornire risposte suscitano ulteriori domande. Sarà l’inquinamento? Saranno la temperatura e l’umidità? Forse si tratta di una mutazione genetica del virus? Sono tutte piste da indagare e dei possibili cofattori. Analizzando i dati di decessi, numero di casi e numero di tamponi per regione emerge però un fatto: la letalità è più alta dove si fanno meno tamponi, e quindi si rileva un numero inferiore di casi totali.

Ne abbiamo parlato con Pier Luigi Lopalco, Professore d’igiene all’Università di Pisa e parte della Task Force per le emergenze epidemiche in Puglia.

Professore, perché secondo lei la mortalità in Lombardia è così elevata rispetto al resto d’Italia e al resto del mondo?
La Lombardia sta vivendo una fase più avanzata dell’epidemia rispetto a tutte le altre regioni italiane poiché lì abbiamo assistito a una progressione esponenziale di casi, a un certo punto il sistema sanitario si è saturato e quindi è successo in parte ciò che è successo anche a Wuhan. I casi lievi non sono più stati contati, le persone rimangono a casa in attesa che la malattia passi e al sistema vengono segnalati i casi più gravi. Necessariamente il tasso di letalità risulta più alto.

E come spieghiamo il maggior numero di morti in Italia rispetto agli altri Paesi?
Molto dipende dall’epidemia lombarda, che fino a poco fa pesava per circa il 50% di tutti i casi italiani. Nelle regioni in cui l’epidemia è all’inizio, il sistema non è sotto stress, si fanno tanti tamponi, la letalità totale è più bassa. Alla fine dell’epidemia comunque la letalità sarà necessariamente superiore rispetto alla Cina per esempio, perché la nostra popolazione è più anziana. Non bisogna poi dimenticare che questa è una malattia aggressiva, porta a polmonite grave e il tasso di mortalità per polmonite virale durante l’inverno sugli ospedalizzati è del 10%.

Cosa possiamo dire in generale sull’andamento dell’epidemia in Italia? È possibile fare previsioni?
Non proprio. Semplicemente, il picco ci sarà nel momento in cui vedremo diminuire il numero di casi. Possiamo usare tutti i modelli matematici del mondo, potranno dirci cosa accadrà domani, al massimo dopodomani, ma se tra tre giorni si verifica un picco epidemico in Campania, per esempio, il modello non funziona più. Ci sono eventi imprevedibili e la curva epidemica italiana sarà il risultato di tante curve epidemiche. Abbiamo avuto questo brutto focolaio in Lombardia. Dobbiamo fare di tutto perché l’episodio resti isolato e non si ripeta in altre regioni.

Insomma è impossibile prevedere per quanto tempo dovremo continuare a stare a casa?
Sì, non è comunque possibile sapere per quanto tempo dovremo restare a casa. Anche per questo non vedo con favore, anzi sono decisamente contrario, alla scelta di trasmettere ogni giorno quella sorta di bollettino di guerra sull’andamento dei casi e sul numero dei decessi. Non è una questione di censura, ci mancherebbe, il fatto è che da un lato di fronte all’aumento dei casi e delle persone decedute si crea il panico, dall’altro, quando si segnala, come in questi ultimi due giorni, un minor incremento dei casi e delle morti, si potrebbe pensare che il pericolo sia passato, quando in realtà può scoppiare un’altra Lombardia in un’altra regione italiana. Un’epidemia va raccontata, va spiegata, per dare una chiave di lettura ma leggere ogni giorno un bollettino di guerra è sbagliato.

In ogni caso si iniziano a vedere gli effetti delle misure adottate in Italia sulla diffusione del virus?
Credo di sì. Posso cominciare a dirlo per la Puglia perché senza le misure di contenimento che sono state adottate avremmo visto una crescita esponenziale di casi e invece osserviamo un andamento lineare, il numero di contagiati non raddoppia ogni tre giorni. È una riflessione che possiamo fare per tutte le regioni che prima delle misure non erano fortemente colpite dal virus. Questo evidenzia che le misure di distanziamento sociale funzionano bene all’inizio della propagazione epidemica. Funzionano molto meno bene quando ormai la propagazione è partita e in quei casi, prima di osservarne gli effetti, bisognerà aspettare che vadano avanti la prima e la seconda generazione di casi che non sono state fermate dal distanziamento sociale. È un impatto molto più lento. In queste regioni,  oltre ad evitare che il virus si propaghi, è necessaria una ristrutturazione completa dell’assistenza sanitaria, bisogna chiudere tutti i reparti che non siano necessari nell’immediato.

Bisognerebbe aumentare il numero di tamponi?
Il numero di tamponi non modifica di per sé la mortalità, salvo incidere sul tasso di letalità in quanto potrebbe cambiare, con la scoperta di un maggior numero di casi, il denominatore dei contagi confermati, ma una politica più estensiva di diagnostica precoce permette però di contenere il più possibile i focolai che si accendono. È quindi più importante fare tamponi nelle fasi iniziali dell’epidemia. Questo non significa tamponi di massa, ma tamponi mirati e contact tracing. La cosa fondamentale è comunque isolare il caso, al di là del tampone. Allargare la politica dei tamponi per gli operatori sanitari, se ci sono le capacità di laboratorio, va bene. Ma non a tappeto come molti chiedono. Non si può fare il tampone ogni giorno a migliaia e migliaia di operatori sanitari.

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