Camerae Sanitatis. Cronicità dimenticate, l’Oftalmologia rivendica il suo ruolo

“Cronicità dimenticate: recupero dei pazienti fragili” è il titolo scelto per l’ottava puntata di Camerae Sanitatis, il format editoriale multimediale nato dalla collaborazione tra l’Intergruppo parlamentare Scienza & Salute e SICS editore. Obiettivo del confronto, promosso con il supporto non condizionante di Allergan e Alfasigma, è stato in particolare quello di fare il punto sulle condizioni e sull’assistenza ai pazienti con patologie oftalmologiche e con cirrosi epatica. Pazienti che necessitano di cure e controlli costanti, che in questo periodo di Covid sono stati poco o per niente garantiti, con differenze anche sostanziali tra un’area e l’altra del Paese. Ma il Covid, hanno detto i pazienti e i clinici protagonisti del confronto, non ha fatto che aggravare criticità già esistenti nel sistema. E il rischio è che tra qualche anno il Paese si trovi a pagare il prezzo di questa carenza assistenziale, in termini di vittima anche di costi, sanitari, sociali ed economici.

Ad affrontare più approfonditamente le questioni inerenti l’Oftamologia, la puntata, condotta da Ester Maragò (Quotidiano Sanità) e dal’On. Angela Ianaro (XII Commissione Affari Sociali e Presidente dell’intergruppo parlamentare Scienza&Salute), sono stati Federico Spandonaro, Presidente di C.R.E.A. Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità); Mario Barbuto, Presidente IAPB Italia ONLUS; Leonardo Mastropasqua, Presidente SOU; Francesco Bandello, Presidente Comitato Scientifico Nazionale IAPB; e Massimo Nicolò, Professore associato Clinica Oculistica Università di Genova e Vicesindaco di Genova.


Il primo aspetto condiviso con preoccupazione da tutti i relatori è che ci sia una la sottovalutazione dell’importanza delle malattie oftalmologiche e, di conseguenza, della branca chiamata a trattarle. Una criticità che sembrerebbe causata prevalentemente dal fatto che il decadimento della vista non è percepito come un’urgenza, sebbene rischi di portare alla cecità, con tutte le problematiche che ne conseguono. Ma anche legato, secondo i clinici, ai passi avanti fatti dalla medicina, che ha reso gli interventi oftalmologi molto più veloci e sicuri. Un’eccellenza che, tuttavia, è stata scambiata per mancata complessità. Non è così, chiariscono i relatori. “Quelle oftalmologhe sono prestazioni di altissimo livello e complessità. Ma le competenze raggiunte sono così elevate da farle apparire erroneamente semplici”, ha spiegato Francesco Bandello. Tutto ciò ha svilito, secondo i relatori, il valore della Oftamologia, a cui vengono assegnati budget sempre più bassi. Anche a livello formativo la branca negli anni è diventata meno attrattiva per i giovani medici.

Insomma, oggi l’Oftalmologia è una specialità dimenticata dai decisori, politici o amministratori aziendali che siano. Ma non dai malati, che sanno bene quanto le patologie della vista compromettano la vita e il benessere. Per questo è necessario un salto culturale in avanti, che si traduca in maggiore attenzione al settore.

“Anni fa abbiamo tentato di eseguire un’indagine per comprendere il fabbisogno legato alle patologie retina”, ha raccontato Federico Spandonaro in un videomessaggio. “Tuttavia non siamo riusciti a chiudere il cerchio, perché abbiamo riscontrato gravi difficoltà a reperire dati epidemiologici. Abbiamo provato, allora, a ragionare sull’offerta, per comprendere la capacità del Ssn di far fronte alla domanda, che cresce in una popolazione che invecchia. Ma non siamo riusciti neanche a fare un censimento delle strutture e delle tecnologie, che spesso fanno capo al privato. L’unica evidenza emersa – ha proseguito il presidente del Crea Sanità – è che il numero di prestazioni eseguite in Italia è molto inferiore al fabbisogno stimato”.

Per Spandonaro siamo di fronte a una urgenza. Anche perché “parliamo di patologie tempo dipendenti, forse più lente di altre ma che con il tempo raggiungono condizioni di gravità irreversibile”.

Spandonaro ha quindi concluso con un monito: “Si ragiona sempre in termini di costi, senza rendersi conto che il vero costo è quello dovuto alla mancata assistenza, dunque all’aggravamento delle condizioni di salute dei pazienti fino al punto in cui non si può più fare a meno di prestazioni di alta complessità e di supporto assistenziale e sociale”.

Francesco Bandello ha espresso “rabbia e dispiacere” per questa situazione. “L’atteggiamento dei decisori dei confronti della nostra attività deve cambiare. Lo chiediamo anzitutto alla politica”. Il presidente del Comitato scientifico nazionale Ipab ha quindi ribadito come le prestazioni oftalmologiche, “sono davvero efficaci solo se erogate nei tempi giusti e con le giuste tecnologie”. Eppure in Italia è raro che questo avvenga: “Secondo uno studio sui tempi che intercorrono tra il primo sintomo di degenerazione maculare e la prima iniezione di trattamento, è emerso che l’attesa media in Italia è di 100 giorni. Ci sono territori in cui si aspetta anche 150 giorni, a fronte di un trattamento che, per garantire la massima efficacia, va eseguito a distanza di 15 giorni circa dal primo sintomo. Questi ritardi sono un danno per il paziente e uno spreco per il sistema”, ha chiarito Bandello.

È stato quindi ricordato come un primo appello mondiale in difesa della vista sia arrivato nei mesi scorsi, con l’approvazione della risoluzione Onu Vision for Everyone, che punta a fornire cure oculistiche per 1,1 miliardo di persone che potrebbero perdere la vista entro il 2030 se non sottoposte a controlli e cure di medici specialisti del settore. Tuttavia, ha evidenziato Mario Barbuto, “non si tratta che del primo passo. L’obiettivo va realizzato e troppo spesso le buone intenzioni restano tali. Pensiamo alla Carta Onu per i diritti delle persone con disabilità: è stata approvata nel 2006 ma ad oggi ben poco è stato fatto”.

Il presidente IAPB Italia ha condiviso le preoccupazioni in merito ai ritardi nelle diagnosi e trattamenti. “Eppure in Italia abbiamo grandi eccellenze nel campo dell’Oftamologia”. La soluzione? Anche per Barbuto sta nel “restituire alla vista e alle prestazioni oftalmologhe l’altissimo valore che hanno”. Ma ha invitato anche a riflettere “sulle potenzialità della digitalizzazione e della telemedicina per portare la diagnostica più vicina alle case delle persone”.

Leonardo Mastropasqua ha quindi sollevato la questione inerente la scarsa integrazione tra medicina territoriale e specialistica, ma anche la criticità legata alla scarsa presenza di centri nella sanità pubblica. “Formiamo specialisti con attenzione e cura, ma poi non gli offriamo posti di lavoro nel pubblico. Se l’offerta di lavoro è ridotta, non stupisce che l’Oftamologia sia diventata una specialità poco attrattiva per i giovani. Ma è paradossa formare i medici con i soldi pubblici per poi mandarli a lavorare nel privato costringendo, al contempo, chi si ammala a curarsi a pagamento”.
La ricetta, per Mastropasqua, è ridare orgoglio all’Oftamologia. Realizzando, per questa branca, “un sistema hub e spoke, dove un cittadino che al primo sintomo si rivolge al territorio, verrà indirizzato in poche ore o giorni al centro specializzato”. Ancora, “aumentare le assunzioni di oculisti nella sanità pubblica”. E “attribuire maggiore peso ai Drg oculistici per ridare slancio e dignità agli interventi in questo settore”.

In merito alle potenzialità della digitalizzazione e della telemedicina, il primario di oculistica e professione all’Università di Genova, Massimo Nicolò, che ha presentato l’esperienza genovese di prima diagnosi in farmacia per i disturbi della macula. “Si tratta di uno studio pilota – ha spiegato – in cui abbiamo cercate di capire se fosse possibile sfruttare la teleconsultazione in remoto da parte di un oculista. Lo scopo è cercare di intercettare più cittadini possibile con problemi, offrendo loro la possibilità di sottoporsi a un controllo in farmacia indirizzandoli, in caso di necessità, ad un centro specializzato”. La strumentazione utilizzata si chiama OCT (Tomografia Ottica Computerizzata). I cittadini, aiutati da un volontario appositamente formato, si siedono davanti al dispositivo. L’oftalmologo esegue l’esame interagendo con il paziente come se fossero in presenza.

“Ci avviciniamo al cittadino. Cerchiamo di intercettarlo. Di fare emergere problemi alla vista che resterebbero altrimenti ignorati troppo a lungo. Dobbiamo ridurre il rischio di deterioramento dell’apparato visivo. E questo avviene con un modello, quello della sperimentazione, che passa da concetto ospedalocentrico a un modello di ‘ospedale che si avvicina al paziente’. Consentendo anche la riduzione degli accessi inutili in ospedale”, ha detto Nicolò, evidenziando che “per far questo, come è stato già detto, ci vuole personale. Formazione e assunzioni restano due parole chiave.

di Lucia Conti

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