Best Doctor – Malattia di Anderson-Fabry: conoscere per riconoscere

La Malattia di Anderson-Fabry è una patologia genetica a carattere ereditario legata al cromosoma X. Rientra più precisamente nel gruppo dei disturbi da accumulo lisosomiale, ossia dovuti alla carenza di un enzima che, in questo caso, corrisponde all’alfa-galattosidasi A. Colpisce indistintamente maschi e femmine e può causare complicanze di natura renale, cardiaca, vascolare e neurologica, compromettendo la qualità della vita di chi ne è affetto. Complici la mancanza di veri e propri sintomi specifici, il non avere elementi diagnostici peculiari nelle indagini di routine e, più in generale, una non adeguata conoscenza delle malattie rare, questa patologia è di difficile diagnosi precoce. Fortunatamente qualcosa si può e si deve fare: tempestività e trattamenti efficaci sono la chiave per gestire al meglio la malattia. Ne abbiamo parlato oggi con il professor Federico Pieruzzi, docente presso l’Università di Milano Bicocca e Responsabile della Clinica Nefrologica ASST Monza – Ospedale San Gerardo, in occasione di un evento realizzato grazie al supporto non condizionante di Sanofi Genzyme, dal titolo “Malattia di Anderson-Fabry: conoscere per riconoscere”. La puntata fa parte del ciclo di incontri Best Doctor, un format LIVE e social di Popular Science creato con l’obiettivo di diffondere la consapevolezza e la conoscenza su patologie e sintomi, insieme ai maggiori esperti del mondo clinico.

Come ha spiegato il Prof. Pieruzzi, in quanto malattia sistemica, le manifestazioni cliniche sono molteplici, i sintomi sono numerosi e piuttosto comuni, ma soprattutto di difficile interpretazione. “Nello specifico ci sono dei sintomi che si manifestano nelle fasi precoci della malattia, nell’infanzia e adolescenza, come le acroparestesie, ovvero dei dolori agli arti inferiori e superiori, in particolare a mani e piedi, che sono di intensità e durata variabile, e vanno dal bruciore al dolore di tipo articolare. Poi ricorderei – ha proseguito l’esperto – i disturbi gastroenterologici che sono molto frequenti”. Sono riscontrabili anche dei sintomi più specifici come “gli angiocheratomi che sono piccole lesioni cutanee di colore rosso in sedi molto specifiche come la zona cosiddetta del costume da bagno. Infine una localizzazione specifica a livello della cornea, la cosiddetta cornea verticillata, che però non dà nessun deficit visivo ed è rivelabile solo con visita oculistica con esame specifico”.

Nel caso ci fosse il sospetto di avere questa patologia, esiste la possibilità di fare una diagnosi di certezza grazie a test specifici che vanno richiesti nei centri di riferimento. “La diagnosi si basa sia sul dosaggio dell’enzima alfa-galattosidasi che se ridotto o assente è la causa di questa malattia da accumulo lisosomiale e sulla ricerca della mutazione genetica che è la causa effettiva del deficit”.

Il ruolo dell’analisi genetica è molto importante. “La malattia di Fabry è una malattia ereditaria con trasmissione legata al cromosoma X”, ha precisato nel corso della puntata il prof. Pieruzzi. “Il padre trasmette a tutte le figlie femmine, mentre la madre ha il 50% di possibilità di trasmettere la malattia sia ai maschi che alle femmine. La consulenza genetica è importante perché comprende anche una ricostruzione dell’albero genealogico e quindi può identificare membri della famiglia potenzialmente affetti da valutare tramite screening familiare”. Non solo. Essendo di fronte ad una malattia che colpisce diversi organi è importante affiancare allo screening genetico anche una valutazione diagnostica multidisciplinare che coinvolga proprio i principali organi target.

“La storia naturale della malattia ha diverse fasi sia cliniche che di fisiopatologia. C’è una fase pediatrica, una fase del giovane adulto e una fase in età più avanzata”. Si possono però riscontrare delle diversità in base al genere maschile o femminile: “Nel maschio abbiamo già la completa espressione della malattia dall’infanzia fino alla quarta-quinta decade durante la quale abbiamo il massimo dell’espressione del danno della malattia. Nelle donne, invece, abbiamo un quadro clinico molto più eterogeneo e complesso anche da diagnosticare e gestire. Alcune pazienti possono rimanere pressoché asintomatiche per tutta la vita altre, invece, si possono comportare come i maschi e quindi avere la malattia espressa in tutte le sue manifestazioni”.

Come già ricordato, la malattia di Fabry può interessare diversi organi ed in particolare i reni, il sistema cardiovascolare e il sistema nervoso centrale. Se non trattata o non diagnosticata tempestivamente, la malattia progredisce e con l’età può portare a danni d’organo molto significativi. “Per quanto riguarda i reni si verifica una progressiva perdita di funzionalità renale spesso associata a presenza di proteine nelle urine, quindi la proteinuria che purtroppo porta a insufficienza renale terminale con necessità di ricorrere a trapianto renale o dialisi. Per quanto riguarda il danno cardiovascolare, è principalmente di tipo cardiaco in quanto si verifica una ipertrofia ventricolare che può progredire verso l’insufficienza cardiaca, la presenza di scompenso di dispnea o di sintomi di tipo anginosi. Altro aspetto cardiologico importante, da non sottovalutare, è quello della compromissione del ritmo cardiaco con insorgenza di bradicardia che può necessitare di impianto di pacemaker o può arrivare a forme di aritmia maligna con morte improvvisa. Per i danni più gravi a livello del sistema nervoso centrale abbiamo l’insorgenza di eventi ischemici transitori, fino a veri e propri ictus cerebrali di tipo ischemico a volte ricorrenti e molto invalidanti”, ha precisato il prof. Pieruzzi.

Il fattore tempo è quindi determinante. Nonostante persista ancora un ritardo diagnostico che, come precisato dall’esperto, non interessa solo il nostro Paese, “la precocità diagnostica è invece fondamentale soprattutto per quanto riguarda la risposta alla terapia”. Questa “è una malattia molto complessa da diagnosticare proprio per le manifestazioni cliniche eterogenee anche tra familiari e per la presenza di forme classiche e di forme tardive e delle varianti d’organo. La diagnosi è quindi una diagnosi di esclusione e comporta spesso che il paziente abbia un iter diagnostico molto lungo e complesso”.

Fare qualcosa si può. “Fortunatamente per la malattia di Anderson-Fabry è stata introdotta nella pratica clinica una terapia già da circa vent’anni. Si è stati in grado di produrre con enzima ricombinante e di somministrare l’enzima deficitario. Questa è la cosiddetta terapia enzimatica sostitutiva che ha dimostrato negli anni ottimi risultati, in particolare quando iniziata precocemente. Si tratta di una infusione endovenosa a cadenza di 14 giorni quindicinale che può avvenire sia in regime ospedaliero che a domicilio. Da pochi anni è disponibile anche una terapia orale basata su un principio farmacologico, la cosiddetta terapia chaperonica. In pratica è un farmaco che aiuta a far funzionare meglio l’attività enzimatica deficitaria ed è utilizzabile solo per alcune categorie di pazienti con le mutazioni cosiddette suscettibili al trattamento”, ha concluso il prof. Pieruzzi.

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