Antibiotico resistenza, in Italia causa 11mila morti l’anno

L’Italia è il Paese europeo dove è più facile ammalarsi di un’infezione resistente agli antibiotici e dove c’è il numero più elevato di decessi, 11mila morti in un anno su 33mila totali in Europa. Sono i dati emersi nel convegno ACTA Reboot – Attualità e Controversie in Terapia Antinfettiva che si è tenuto a Milano. Come si evince dai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), nel 2050 l’antibiotico resistenza sarà la prima causa di morte a livello globale, provocando 10 milioni di decessi. Negli ultimi anni, la questione si e’  manifestata in maniera preoccupante, soprattutto per la diffusione di ceppi resistenti negli ospedali.

“I Paesi del Nord Europa presentano una mortalità molto limitata rispetto all’Italia. Per esempio confrontando l’indice di resistenza della Germania con l’Italia, per i batteri Oms critici che abbiamo identificato, si osserva un valore di 60 in Italia e 22 in Germania”, spiega Evelina Tacconelli, Professore Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Verona. I dati presentati al convegno hanno poi messo in luce diverse lacune da parte dell’Italia nell’affrontare l’antibiotico-resistenza, ed è stato disatteso lo stesso Piano Nazionale Contro l’Antibiotico-Resistenza.

“A livello globale l’Italia ha caratteristiche analoghe a Paesi senza risorse economiche – ha aggiunto Tacconelli – Il documento ‘The State of the world’s antibiotics in 2021’ prodotto dalla CDDEP – Center for Disease Dynamics, Economics & Policy evidenzia come l’Italia sia collocata nella classifica che misura un indice di resistenza agli antibiotici nell’ultima posiziona tra gli high-income country e allo stesso livello di numerosi low-income country come Bosnia, Turchia, Sud Africa, Serbia e India”.

Dal convegno è emerso infine che gli strumenti per far fronte a questa emergenza sono limitati: l’arrivo di nuovi antibiotici – ammoniscono gli infettivologi – può sopperire parzialmente all’aumento della resistenza batterica, ma è prioritario far sì che l’Italia si doti di strategie a lungo termine che possano contenere il fenomeno.

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