Agopuntura, rapporto medico-paziente per alleviare il dolore: intervista a Dan-Mikael Ellingsen

Un recente studio ha dimostrato che durante il trattamento con agopuntura la ricerca dell’empatia mediante l’imitazione dell’espressione facciale fra medico e paziente porta ad una sensibile riduzione del dolore. Inoltre l’attività cerebrale implicata nella rappresentazione dello stato mentale altrui, che costituisce una componente chiave di empatia e compassione, va incontro ad un allineamento dopo che medico e paziente hanno costruito un legame durante un’interazione clinica prima del trattamento. Un maggiore allineamento fra questi circuiti cerebrali è associato ad un maggior sollievo dal dolore durante il trattamento.

Popular Science Italia ha intervistato l’autore dello studio Dan-Mikael Ellingsen della Harvard Medical School di Boston.

Potrebbe illustrare alla comunità medica italiana il ruolo della relazione medico-paziente nel trattamento delle patologie dolorose?

L’interazione medico-paziente può avere un potente impatto sia sulla soddisfazione del paziente che sull’aderenza al trattamento o persino sugli esiti della terapia. Ciò è probabilmente particolarmente pertinente nelle condizioni come il dolore cronico, nel quale sintomi ed esiti sono largamente soggettivi, e trovare il trattamento giusto può risultare difficoltoso.

Qual è il ruolo dell’empatia in una sessione di agopuntura?

Per quanto la pratica dell’agopuntura sia molto disomogenea, molti medici che la praticano si focalizzano sul rapporto medico-paziente, sull’alleanza terapeutica e sull’empatia come ingredienti chiave del proprio trattamento, e pensano che stabilire una relazione clinica positiva sia di importanza cruciale per il successo del trattamento.

Che tipo di effetti fisiologici è possibile provocare imitando le espressioni facciali in queste sessioni?

Sussistono evidenze del fatto che l’imitazione comportamentale sia associata alla creazione di legami sociali, ed in una certa misura anche alla riduzione della risposta allo stress. Sussistono anche alcune evidenze del fatto che la sincronizzazione o la concordanza nei segnali fisiologici come l’efflusso simpatico e l’attività cerebrale possano sostenere questi processi. Il nostro studio supporta questi meccanismi, ma sono necessarie indagini future per chiarirli ulteriormente.

Quali pratiche suggerirebbe per creare una relazione profonda con un paziente in uno studio di terapia del dolore?

L’alleanza terapeutica è stata studiata principalmente nel campo della psichiatria e della psicologia, nel quale è stata applicata in misura maggiore (nel campo delle dipendenze ed in alcune terapie mente-corpo), mentre in altri campi della medicina è stata applicata in misura minore, come nel caso di anestesiologia, ortopedia ed altre discipline che hanno a che fare con pazienti che soffrono di patologie dolorose. Diversi tipi di terapia cognitiva, terapia conversativa e terapia cognitivo-comportamentale possono effettivamente risultare di beneficio per il dolore cronico, spesso in modo complementare rispetto ad altri trattamenti (come quelli farmacologici o chirurgici), ma uno dei problemi più comuni negli studi medici consiste nei tempi limitati durante le visite dei pazienti. Sussistono ancora aspetti di queste terapie psicologiche che possono essere applicati durante le semplici visite ambulatoriali, e sono disponibili corsi di addestramento nell’empatia e nella teoria della mente per il personale sanitario.

Quali potrebbero essere le conseguenze di un’interazione subottimale in questo contesto?

Le interazioni subottimali potrebbero portare ad effetti negativi diretti ed indiretti. La cattiva comunicazione potrebbe portare ad errori diagnostici o nelle prescrizioni terapeutiche, ed indirettamente ad una riduzione della motivazione a ricercare ulteriore assistenza per il paziente. Per molti pazienti con dolore, la catastrofizzazione del dolore stesso e la preoccupazione correlata sono problemi importanti che possono risultare persino peggiorati da contatti clinici negativi. Una delle conseguenze di questo fenomeno consiste nell’amplificazione del timore di muoversi (altrimenti detti cinesifobia) ed anche nell’isolamento sociale, entrambi fenomeni che possono portare ad un incremento del dolore e della disabilità. Per quanto riguarda il personale sanitario, sussistono evidenze del fatto che interazioni negative possano contribuire ad un incremento dello stress correlato al lavoro, ad una riduzione della soddisfazione sul lavoro ed a fenomeni di esaurimento.

Sci Adv 2020; 6: eabc1304

 

Post correlati

Lascia un commento

*