
Lo studio
Per valutare ome l’attività fisica intensa possa influire sulla relazione tra ipoglicemia e calcificazioni coronariche (CAC) nei pazienti con diabete di tipo 1, Fahrmann e colleghi hanno analizzato i dati del Diabetes Control and Complications Trial (DCCT) e dell’ Epidemiology of Diabetes Intervention and Complications (EDIC) Study.
Nel trial DCCT, i 1.173 partecipanti hanno riportato la quantità di tempo che hanno trascorso in attività fisiche intense come il nuoto, la corsa, il tennis (singolare), il ciclismo, il basket o la squash. Nel complesso, si verificavano in media 1,8 episodi con ipoglicemia non severa per settimana con attività che duravano 35 minuti a settimana. E si è visto che l’ipoglicemia non severa e l’attività fisica intensa erano debolmente correlate (rho = 0,08, p <0,01). Inoltre, si è visto che la durata di un’attività sportiva molto intensa ha influenzato il rapporto tra ipoglicemia e la CAC100: quando l’attività sportiva si prolungava, l’ipoglicemia diventava un fattore di rischio maggiore per l’aterosclerosi. La soglia di significatività era di 190 minuti di esercizio vigoroso a settimana, ma l’interazione tra il tempo e l’ipoglicemia era significativa solo per i maschi (p <0,001).
Nello studio EDIC, i 1.177 partecipanti che hanno riportato la quantità di tempo che hanno dedicato all’attività fisica intensiva e hanno avuto 2.3 eventi non prevedibili per settimana in media, con una media di 18 minuti di attività fisica settimanale. In questo studio, l’attività intensa e l’emoglobina A1c (HbA1c) erano correlati (rho = 0.011, p <0.001). Le relazioni tra il trattamento precedente, l’ipoglicemia e l’esercizio vigoroso erano significativi, ma la connessione tra attività faticosa e l’ipoglicemia non è stata significativa.
Fonte: American Diabetes Association 2017
Lorraine L. Janeczko
(Versione italiana Quotidiano Sanità/ Popular Science)
