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Tumori gastrointestinali. Sileri (Vice Ministro): “Agire su più fronti per andare incontro alle esigenze dei pazienti. Le risorse ci sono”

Lavorare sull’individuazione in ambito regionale di Centri di eccellenza, in grado di trattare i pazienti in modo differenziato in base alla fase di malattia con le terapie appropriate ed innovative. Garantire a tutti i pazienti, qualsiasi sia lo stadio di malattia, l’accesso a terapie in grado di offrire tempo prezioso in termini di sopravvivenza. E ancora assicurare cure palliative e supporto psicologico. E ancora, promuovere dei percorsi di diagnosi e cura che mettano in collegamento le strutture del territorio con quelle di riferimento. Sono queste solo alcune delle azioni da compiere per andare incontro alle esigenze dei pazienti con tumori gastrointestinali indicate in questa intervista dal Vice Ministro alla Salute Pierpaolo Sileri che così ha indicato la rotta da seguire.

Viceministro Sileri, le Associazioni dei Pazienti hanno puntato i riflettori sui tumori gastrointestinali per i quali esistono tuttora numerose problematiche da risolvere. Sul tappeto c’è in particolare la necessità di garantire una maggiore omogeneità e velocità a livello nazionale nell’accesso alle cure per i pazienti e in tutte le fasi della malattia. Quali azioni bisogna compiere per andare incontro alle esigenze dei pazienti?
Bisogna agire su più fronti: quello della prevenzione e della corretta informazione al paziente in primis e subito dopo su quello dell’organizzazione delle cure, che devono essere eque ed omogenee su tutto il territorio nazionale. Purtroppo per i tumori gastrointestinali molto spesso si giunge ad una diagnosi quando la malattia è già in fase avanzata e oggi la comunità scientifica nazionale non ha sempre a disposizione terapie validate. È quindi fondamentale lavorare sull’individuazione in ambito regionale di Centri di eccellenza, in grado di trattare i pazienti in modo differenziato in base alla fase di malattia con le terapie appropriate ed innovative. Come chiedono le Associazioni, bisogna garantire a tutti i pazienti, qualsiasi sia lo stadio di malattia, l’accesso a terapie in grado di offrire tempo prezioso in termini di sopravvivenza. Dobbiamo anche assicurare cure palliative e supporto psicologico, ad oggi molto carente, alle persone e ai famigliari; offrire il massimo supporto domiciliare potenziando la continuità ospedale territorio soprattutto per i pazienti nella fase terminale della loro malattia.

Altre azioni da compiere?
Vanno messi in campo investimenti nell’ambito delle attività di prevenzione secondaria, stimolando le Regioni a migliorare i percorsi per arrivare il prima possibile ad una diagnosi precoce. Necessarie su questo fronte, oltre alle attività di screening che le Regioni possono mettere in atto, e nei casi in cui questo è possibile penso quindi al tumore del colon retto, sono le campagne di informazione che puntano a sensibilizzare le persone per ridurre i fattori di rischio e anche per indirizzarle verso percorsi idonei di cura. Un’attività che le Associazioni dei pazienti svolgono egregiamente e alla quale deve necessariamente affiancarsi una forte azione di coordinamento del Ministero della Salute che deve rimanere attore principale e non solo spettatore. Ma l’atout fondamentale è la determinazione e l’implementazione del percorso terapeutico più adeguato al paziente. Per i tumori del colon retto abbiamo percorsi già standardizzati con esiti favorevoli, ma ad oggi questo non è ancora possibile per tutti i tipi di tumore, uno su tutti quello del pancreas, ancora difficile da diagnosticare in fase iniziale. Ecco quindi che, in questa partita, l’individuazione dei Centri di riferimento che garantiscano un volume significativo di attività, diventa ancora una volta strategica.

Qual contributo possono offrire le Istituzioni?
Il ministero della Salute può agire sollecitando le Regioni a selezionare i Centri di riferimenti, obbiettivo che può essere raggiunto tranquillamente: in Italia le Brest Unit sono un solido esempio. È chiaro che conditio sine qua non è, appunto, che siano Centri con alti volumi di attività in quanto sono gli unici in grado di trattare patologie con alta morbilità e mortalità e con terapie gravate da complicanze. L’ho già sostenuto in passato e lo ribadisco oggi con maggiore forza: non è più possibile tollerare che ci siano ospedali che eseguono uno o due interventi l’anno di chirurgia del tumore del pancreas, o che ci siano strutture che eseguono meno di 40 interventi l’anno di tumore allo stomaco. La poca esperienza inevitabilmente accresce il rischio di morte o di complicanze per il paziente. Ciò detto, avere una mappa regionale dei Centri di riferimento consentirebbe poi di destinare fondi in maniera mirata ed anche di risparmiare permettendoci di reinvestire in risorse che possono determinare maggiori esiti di sopravvivenza. Infine, contribuirebbe a creare una rete in grado di migliorare e uniformare i percorsi di presa in carico successivi alle procedure chirurgica: spesso abbiamo Pdta diversi da Regione a Regione anche per la stessa patologia e in alcuni non sono neanche partiti.

Anche in questo caso, come intervenire per garantire standard di cura omogenei tra le Regioni?
Il ruolo che il ministero della Salute può assumere è quello di vigilare sul rispetto degli standard richiesti e di promuovere dei percorsi di diagnosi e cura che mettano in collegamento le strutture del territorio con quelle di riferimento. Un Pdta nasce su linee guida scientifiche che chiaramente devono essere adattate alle esigenze locali, ma la colonna vertebrale è la stessa. Credo inoltre che, mai come oggi, dobbiamo giocare la carta del territorio: nella fase della malattia che non necessità di cure ospedaliere, poter rimanere in mezzo ai propri affetti è essenziale. Penso alla possibilità di prevedere per pazienti in fase terminale servizi che consentano di fare chemioterapia cronomodulata e anche in alcuni casi domiciliare magari con Unità ad hoc. Penso alla possibilità di potenziare e garantire cure palliative e terapia del dolore a domicilio. E ora grazie alle risorse messe in campo dal Governo per la medicina territoriale, tutto questo sarà possibile: perché quello che potenziamo ora rimarrà in eredita anche nella fase post emergenza Covid.

Di E.M.

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