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Tumori: i contatti tra pazienti nei reparti di chemio influenzano la sopravvivenza

(Reuters Health) – Secondo quanto suggerisce un piccolo studio dal Regno Unito, i pazienti affetti da cancro, che trascorrono parte del loro tempo in un reparto di chemioterapia dove possono incontrare altre persone sulle quali la terapia è risultata efficace nel lungo periodo, potrebbero avere maggiori probabilità di sopravvivere. In altre parole la condivisione della malattia con altre persone può creare una ‘robusta’ rete sociale con effetto positivo sulla sopravvivenza dei pazienti stessi. Lo studio è stato pubblicato su Network Science.

I risultati dello studio
Un gruppo di ricercatori britannici guidati da Jeff Lienert del National Human Genome Research Institute e del Social and Behavioral and Research Branch ha scoperto che i pazienti oncologici sottoposti a chemio che, durante la terapia, condividevano la stanza con altri pazienti che erano sopravvissuti per cinque anni, avevano maggiori probabilità di sopravvivere, a loro volta, per almeno cinque anni. Chi, invece, era stato in contatto con persone per le quali la terapia non era stata in grado di prolungare la sopravvivenza per più di 5 anni, a sua volta aveva meno probabilità di sopravvivere per più di 5 anni. Differenti studi hanno evidenziato che i pazienti affetti da tumore con reti sociali più forti possono vivere più a lungo, in particolare le donne, scrivono Lienert e colleghi. “L’influenza sociale nel reparto di chemioterapia è importante, e influenza l’esito della terapia sia positivamente che negativamente”, afferma Lienert.

Lo studio
Nel nuovo studio, i ricercatori hanno osservato i pazienti malati di tumore che per fare la chemio erano stati distribuiti in due sale di trattamento con 10 posti letto e sei sedie disposte in cerchio, suddivise con dei separé per la privacy. Lienert e il suo team hanno utilizzato tecniche statistiche per costruire una rete che mostra quanto tempo 4.691 pazienti trattati dal 1 ° gennaio 2000 al 1 gennaio 2009 avevano trascorso nell’ospedale insieme ad altri durante il trattamento. E’ stato così evidenziato che tra i pazienti che erano nel reparto con altri che sono morti entro cinque anni dalla chemio, il 72% è morto nello stesso periodo di 5 anni. Ma tra i pazienti che hanno incontrato un altro paziente sopravvissuto per cinque anni o più, solo il 68% è deceduto entro cinque anni.

Il contatto positivo aumenta del 2% la possibilità di sopravvivenza
In generale, l’effetto di trascorrere del tempo con persone sopravvissute a lungo è pari circa un ulteriore aumento del 2% delle probabilità di sopravvivenza. Nonostante una probabilità di sopravvivenza del 2% possa sembrare scarsa, Lienert ha sottolineato che nell’attuale studio questa percentuale corrisponde a 100 persone sopravvissute. Inoltre, anche le differenze nei farmaci utilizzati per la chemio avrebbero un effetto dell’8% sulla sopravvivenza.

Altri fattori che potrebbero influenzare i risultati
I ricercatori hanno anche cercato di tenere conto di altri fattori che potrebbero spiegare questa differenza di sopravvivenza, incluso il fatto che alcuni pazienti si sarebbero già conosciuti in precedenza, quindi la loro amicizia al di fuori del reparto di cure sarebbe probabilmente la fonte di tutti gli effetti positivi. Un’altra possibilità è che vi sia un effetto dovuto ai diversi infermieri che lavorano nello stesso reparto della chemio in orari diversi. Tuttavia, se fosse vero, lo studio avrebbe rilevato un “effetto significativo degli infermieri” che non è stato precedentemente riportato e dovrebbe essere ulteriormente studiato. Molto probabilmente, suggeriscono Lienert e i colleghi, le differenze osservate sono dovute allo stress. È probabile che sia stressante vedere altri pazienti affetti da tumore che non stanno bene, mentre può alleviare lo stress vedere altri pazienti in cui le cure hanno avuto un effetto positivo.

Riorganizzare i reparti
In conclusione Lienert sottolinea la necessità di riorganizzare i reparti di chemioterapia cercando di educare i pazienti anche a farsi accompagnare da amici e familiari o anche a prestare servizio di volontariato negli stessi reparti, una volta sopravvissuti alla malattia.

 

 

(Versione italiana Quotidiano Sanità/ Popular Science)

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