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Terremoto in Messico: potrebbe essere colpa dell’effetto grilletto. Possibili analogie con l’Italia

Potrebbe esserci il cosiddetto “effetto grilletto” alla base dei due terremoti, di magnitudo 8.1 il primo e 7.1 il secondo a distanza di 10 giorni dal precedente, che hanno colpito il Messico provocando centinaia di vittime. L’ipotesi è al vaglio degli esperti americani come di quelli dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), interessati a comprendere meglio il meccanismo del sisma perché simile a quello di molti grandi terremoti italiani.

“Il sisma avvenuto martedì in Messico – spiega il presidente dell’Ingv, Carlo Doglioni -è stato 30 volte meno energetico rispetto a quello di 12 giorni prima”. Il suo effetto è stato però devastante a causa della vicinanza ai grandi centri abitati e soprattutto a Città del Messico, costruita su sedimenti che amplificano lo scuotimento. I due terremoti, continua Doglioni, “fanno parte dello stesso sistema di deformazione, dovuto al movimento del Centro America che si sta spostando sopra l’Oceano Pacifico di 7-8 centimetri all’anno: un fenomeno di subduzione che ha scatenato anche l’eruzione di un vulcano vicino”, chiamato Popocatépetl, secondo un fenomeno tipico della Cintura di Fuoco del Pacifico.

Il Messico rientra pienamente in questa zona tormentata da terremoti e vulcani, e da quasi un secolo sta attraversando un periodo particolarmente agitato: dal 1932 ad oggi, infatti, ha affrontato ben quattro terremoti di magnitudo superiore a 8. L’ultimo, dello scorso 8 settembre, è avvenuto nella stessa placca ed è figlio della stessa dinamica rispetto a quello di martedì scorso, “ma – precisa il sismologo Alessandro Amato dell’Ingv – i due eventi sono molto distanti nello spazio e nel tempo: non c’è stato un effetto diretto”. Non si può escludere, però, “che l’energia rilasciata dal primo terremoto abbia in qualche modo influenzato lo stato di stress nella zona di rottura del secondo terremoto, anticipandone l’avvenimento”, come sottolinea il sismologo Antonio Piersanti dell’Ingv.

Questo effetto ‘trigger’ (grilletto), che andrà verificato con ulteriori ricerche, potrebbe spiegare perché entrambi i terremoti sono avvenuti all’interno della placca oceanica di Cocos, ai margini della zona di subduzione in cui la crosta terrestre più antica scivola al di sotto di quella più recente. “Nelle zone di subduzione – spiega Piersanti – si ha solitamente una sismicità di tipo compressivo, con i due lati della faglia che premono uno contro l’altro.

I due terremoti messicani sono invece di tipo distensivo, con le due facce della faglia che si allontanano, e si sono manifestati con valori di magnitudo particolarmente elevati: la scossa dell’8 settembre, ad esempio, è stata classificata tra i più grandi terremoti distensivi al mondo. Studiarne le caratteristiche potrà esserci molto utile, perche’ il meccanismo distensivo e’ ancora poco conosciuto ed è anche alla base della maggior parte dei grandi terremoti italiani”.

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