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Talpa nuda: il roditore più longevo al mondo resiste alle malattie. Scoperto come ci riesce

Brutto è brutto, ma di sicuro è il roditore più longevo al mondo. E’ la talpa nuda, nome scientifico Heterocephalus glaber, il piccolo animale su cui ricercatori di tutto il mondo hanno da tempo puntato la loro lente d’ingrandimento.

Del piccolo animale nativo del Corno d’Africa sorprendono in particolare la sua longevità e la sua resistenza alle malattie ed è proprio per investigare questi due aspetti che un gruppo di ricercatori di Ecologia Microbica della Salute del Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell’Università di Bologna, insieme con i ricercatori dell’Università di Leipzig (Germania) e con la collaborazione della Bahir Dar University (Etiopia), ha studiato, per la prima volta al mondo, la composizione del microbiota intestinale dell’animale, ovvero l’insieme numerosissimo di microorganismi simbionti che ne abitano l’intestino.

I risultati, pubblicati su Scientific Reports, hanno confermato la straordinarietà della talpa nuda rispetto a tutti gli altri animali e hanno individuato alcuni tratti particolarmente interessanti del suo microbiota. Alcuni specifici batteri che lo abitano, infatti, sono stati ritrovati in percentuali simili anche nel microbiota intestinale umano di alcuni ultracentenari.

Nel corso della sua vita, la talpa nuda mostra pochissimi segni dovuti all’invecchiamento ed è un animale resistente a composti tossici, metalli pesanti e agenti chemioterapici. Il gruppo di ricerca ha analizzato i batteri intestinali di 35 talpe nude della Rift valley confrontandone il dna con quello di altri animali e dell’uomo. Si è così scoperto che il microbiota del roditore è composto in modo diverso rispetto a quello di tutti gli altri, a causa sia dalle caratteristiche dell’animale che dalle condizioni di vita estreme a cui è abituato.

I ricercatori hanno quindi scoperto che una grande quantità e varietà di batteri intestinali trovati nella talpa sopravvive grazie a solfati, solfiti o altre molecole di zolfo, alcune delle quali mai osservate prima in alcun microbiota. Una caratteristica che può essere legata appunto al sottosuolo della Rift valley dove vive l’animale, ricco di composti sulfurei.

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