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Stenosi valvola aortica, grazie all’innovazione l’intervento diventa più soft

Ne soffre il 12,4% degli over 75enni di cui il 3,4% in forma severa. È la stenosi valvolare aortica (AS), cioè il restringimento, soprattutto dovuto alla presenza di depositi di calcio, di quella valvola che mette in comunicazione il ventricolo sinistro del cuore con l’aorta. Si tratta di una patologia di origine degenerativa legata all’invecchiamento ed è una delle malattie più comuni delle valvole cardiache. “Oggi rispetto agli anni passati viviamo circa 7 anni in più. Questo allungamento della vita è stato reso possibile dai progressi della medicina e si stima che quelli legati agli avanzamenti della terapia e della diagnosi delle malattie del cuore abbia fatto guadagnare ben cinque anni di vita” spiega il professor Ciro Indolfi, Direttore della Scuola di Specializzazione in Cardiologia presso l’Università Magna Græcia di Catanzaro. “La conseguenza di questo allungamento della vita comporta, però, un incremento del numero di pazienti affetti da stenosi aortica”. I sintomi più comuni sono difficoltà di respiro, a volte perdita di conoscenza, dolore al petto, segni di scompenso (quando cioè il cuore non riesce a pompare bene il sangue). Purtroppo, l’80 per cento di questi pazienti muore in tre anni, se non si interviene.

La videointervista al professor Indolfi

I trattamenti disponibili.
Ma quali sono i trattamenti disponibili? Negli anni Sessanta si proponeva la sostituzione valvolare con valvole meccaniche artificiali impiantate con un intervento a cuore aperto e l’arresto della circolazione sanguigna. Se l’intervento riusciva, le aspettative di vita ritornavano quelle di una persona normale. Poi negli anni Ottanta sono arrivate le valvole biologiche che non richiedevano, come quelle meccaniche, una terapia anticoagulante per evitare la formazione di coaguli di sangue. Ma l’intervento chirurgico è sempre stato considerato molto rischioso soprattutto per i pazienti più anziani. “Fino ad oggi il 30% dei pazienti candidati all’impianto di una valvola venivano rifiutati dalla chirurgia perché considerati ad alto rischio chirurgico, cioè esisteva una percentuale di pazienti per i quali non c’era di fatto nessuna terapia” chiarisce Indolfi.

L’innovazione della TAVI.
Da qui l’idea della TAVI che significa “transcateter aortic valve implant”: la nuova valvola, cioè, viene “trasportata” fino al cuore grazie a un catetere che viene di solito inserito nell’arteria femorale, all’inguine. “Un catetere contenente una speciale valvola cardiaca, composta di tessuto naturale, viene posizionato in un’arteria della gamba e guidato verso il cuore. I lembi che controllano il flusso sanguigno della valvola cardiaca sono fissati ad una struttura flessibile ed autoespandibile per il necessario supporto” spiega il professor Indolfi. Per fare ciò viene fatta una piccola incisione nell’arteria femorale (nell’area inguinale) ed una nuova valvola aortica viene posizionata tramite un catetere. Poichè questa procedura non è chirurgica, l’impianto di valvole aortiche transcatetere può offrire un rischio minore di complicanze ed un tempo di guarigione più veloce. Infatti, l’intervento si esegue in anestesia locale e permette al paziente di tornare a casa dopo due giorni. Questa procedura è l’alternativa alla chirurgia a cuore aperto ed è indicata oggi per quei pazienti per cui la chirurgia tradizionale è controindicata o che sono ad alto rischio operatorio.

Gli studi scientifici.
In Italia, considerando soltanto la popolazione di età superiore ai 75 anni, è possibile stimare che circa 30.000 pazienti siano trattabili con TAVI. Molte le evidenze cliniche a supporto di questa tecnica. Un recente studio, presentato alla conferenza Transcatheter Cardiovascular Therapeutics (TCT) 2014 di Washington, condotto su 350 pazienti per due anni, ha dimostrato che il trattamento di sostituzione della valvola cardiaca TAVI con CoreValve ha raggiunto un tasso di sopravvivenza eccezionale per quei pazienti che, senza trattamento, avrebbero una probabilità di morte del 50% in due anni ma nello stesso tempo considerati troppo malati e fragili per poter subire un intervento tradizionale open di sostituzione della valvola cardiaca. Inoltre, in questa analisi, i pazienti trattati con intervento TAVI hanno utilizzato meno risorse sanitarie in termini di tempi procedurali, utilizzo di terapie intensive, tempi di ospedalizzazione e servizi di riabilitazione. Grazie agli studi clinici condotti in Europa e negli USA, la TAVI è diventata una procedura inserita all’interno delle linee guida internazionali redatte dalle organizzazioni scientifiche dei cardiochirurghi e dei cardiologi. “Le malattie cardiovascolari” ha dichiarato Sergio Berti, presidente del 35° Congresso Nazionale della Società Italiana di Cardiologia Invasiva-Gise “rappresentano la prima causa di mortalità ed il trattamento di queste malattie è quello che ha avuto l’impatto migliore negli ultimi anni perché siamo riusciti a modificare profondamente la storia naturale dei pazienti affetti da malattie cardiovascolari grazie all’innovazione scientifica. Penso in particolare ai trattamenti percutanei della malattia valvolare aortica e della malattia valvolare mitralica che sono le due patologie che essendo fortemente correlate all’età sono quelle che richiamano l’attenzione anche di chi progetta i dispositivi per gli interventi chirurgici”.

La videointervista a Sergio Berti (Presidente Gise)

Il problema della rimborsabilità.
In Italia, secondo i dati del GISE, sono state effettuate 1.855 TAVI nel 2011, 2.018 nel 2012 e 2.230 nel 2013. Un numero di interventi inferiore a quelli che si renderebbero necessari. La ragione principale è che questa procedura, nel nostro Paese, non gode di un pieno riconoscimento da parte del servizio sanitario: non esiste un DRG nazionale e l’accesso alla TAVI, e il suo rimborso, sono regolati dalle decisioni assunte dalle singole Regioni, con situazioni a macchia di leopardo, che provocano anche veri e propri esodi regionali con persone che per sottoporsi a questo intervento migrano da una Regione all’altra.

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