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Parkinson: dai geni “segnali” per capire sviluppo disturbi psichiatrici

parkinson(Reuters Health) – Le informazioni genetiche, unitamente ai dati clinici, potrebbero aiutare ad individuare chi, tra i malati di Parkinson, è a rischio di sviluppo del disturbo del controllo degli impulsi (ICD). Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Neurology, Neurosurgery and Psychiatry. Questo disturbo psichiatrico, ossia la difficoltà della persona a resistere ad un un particolare impulso, è risultato molto comune nei pazienti affetti da Parkinson trattati con la terapia sostitutiva a base di dopamina, che comprende levodopa (amminoacido), gli agonisti dopaminergici e gli inibitori delle monoamino ossidasi di tipo B.

Le evidenze dello studio
“E’ il primo studio che valuta il fattore ereditario dell’ICD in una coorte di pazienti con Parkinson, ed è anche un primo passo verso l’individuazione di una cura personalizzata della malattia. Abbiamo dimostrato la possibilità, nell’immediato futuro, di identificare i pazienti trattati con dopaminergici, che sono ad alto rischio di sviluppo del disturbo del controllo e quindi di poter agire con una prevenzione ad hoc”. È quanto ha dichiarato il primo ricercatore dello studio, Jean-Christophe Corvol, del Brain and Spinal Cord Institute of Pitie-Salpetriere Hospitalin, Parigi.  “L’ereditarietà dell’ICD – aggiunge – è risultata estremante alta (circa il 50%) nei pazienti trattati con gli agonisti dopaminergici, a dimostrazione del rapporto che esiste tre questo disturbo e i fattori genetici. Un dato che era stato già osservato nella popolazione generale”.

Secondo il team di ricercatori che ha pubblicato lo studio, un panel di 13 polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) aumenta in maniera significativa la prevedibilità dell’ICD. Spiegano: “Abbiamo delle evidenze che dimostrano come la variante rs6313 dell’HTR2A sia un fattore di rischio indipendente per lo sviluppo del disturbo; per la prima volta, inoltre, si è visto anche come i polimorfismi OPRK1 e DDC siano associati ad un’incidenza dell’ICD nei pazienti con Parkinson”.

Esaminati 276 pazienti
Corvol e la sua équipe hanno utilizzato il database del  Parkinson’s Progression Markers Initiative (PPMI), uno studio multicentrico longitudinale – attualmente in corso – messo a punto per identificare i biomarcatori del Parkinson e della sua progressione in nuovi pazienti e in quelli farmaco-naive.

Lo studio, finanziato dalla Fondazione per la Ricerca sul Parkinson guidata dall’attore Michael J. Fox , ha coinvolto 276 pazienti con un’età media di 65 anni e una diagnosi di malattia da 6 mesi e mezzo, risultati negativi allo screening per l’ICD e con dati genetici sulla gamma ed esoma dei genotipi NeuroX. L’86% dei pazienti è trattato con terapia sostitutiva a base di dopamine; di questi un 40% con gli agonisti dopaminergici.

L’incidenza dell’ICD, valutata tramite un apposito questionario, ha preso in considerazione tutte le possibili manifestazioni tra cui quelle compulsive di tipo motorio o comportamentali, come il gioco d’azzardo, la cleptomania, o il disturbo alimentare… L’ereditarietà dell’ICD  è stata stimata attraverso un’analisi delle probabilità massime in base ai dati della sequenza dell’esoma utilizando le 13 varianti gentiche.

Il 19% dei pazienti ha manifestato il disturbo del comportamento durante il follow-up. Nei pazienti sotto trattamento con gli agonisti dopaminergici il rischio è aumetanto significativamente (ereditarietà del 57%) rispetto a  quelli trattati con la terapia classica che avevano iniziato il trattamento con dopamina. Attraverso la sequenza dell’esoma e i dati del genotipo NeuroX, gli autori hanno identificato tutti gli SNP aventi un valore di minor frequenza allelica (MAF >0.2), selezionando 15 geni autosomali, ossia quei cromosomi che non contengono informazioni genetiche specifiche alla caratterizzazione sessuale dell’individuo. Aggiungendo questi dati genetici si è osservata una crescita significativa della prevedibilità dell’ICD (area sotto al curva -AUC = 76%) rispetto a quella estratta utilizzando solo i dati clinicicome variabile (AUC = 65%, p=0.002). Il modello su base genetica è risultato più preciso nei pazienti che avevano iniziato una terapia con agonisti dopaminergici (AUC = 87%). I maggiori indicatori genetici sono risultati essere l’OPRK1, HTR2A e il DDC.

Fonte: J Neurol Neurosurg Psychiatry 2016

Lorraine L. Janeczko

(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

 

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