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Microplastiche dai tessuti: il 40% finisce nell’ambiente. Al via campagna di sensibilizzazione

Sapevate che anche nei vestiti c’è la plastica? Ebbene sì, e come se non bastasse, oltre alle bottiglie, ai contenitori usa e getta e ai tappi, nel mare finiscono anche le microplastiche contenute negli indumenti, rilasciate dai tessuti sintetici lavati in lavatrice. Per sensibilizzare sul tema, parte la campagna #stopmicrofibre, lanciata da Marevivo

Tra i primi posti della triste classifica delle plastiche in mare ci sono proprio “i frammenti liberati dai tessuti”. Un solo carico, infatti, “produce milioni di microfibre di dimensioni inferiori ai 5 millimetri che si riversano in mare dove vengono ingerite dagli organismi marini, entrando così nella catena alimentare”.

Secondo l’università di Plymouth, nel Regno Unito, che per un anno ha analizzato ciò che accadeva ai materiali sintetici lavati a temperature diverse, tra i 30 e i 40 gradi, con differenti detergenti, “ogni ciclo rilascerebbe circa 700.000 fibre di microscopiche particelle. Il 40% delle microfibre non viene trattenuto dagli impianti di trattamento e finisce nell’ambiente. Una città come Berlino, ad esempio, ne rilascia ogni giorno una quantità equivalente a 540.000 buste di plastica”.

La campagna di sensibilizzazione – realizzata da Metaphora del gruppo Alphaomega – è stata lanciata “perché quella delle microfibre rilasciate da tessuti è un’altra emergenza da non sottovalutare – spiega Raffaella Giugni, responsabile relazioni istituzionali di Marevivo – è indispensabile investire sulla ricerca e l’innovazione del settore tessile e migliorare il trattamento delle acque reflue”. Per questo “chiediamo alle aziende di progettare sistemi di filtraggio più efficaci per lavatrici e, a tutti, di ridurre quanto più possibile gli acquisti, di riciclare e riusare”.

In particolare, “l’acrilico è uno dei tessuti peggiori, cinque volte in più del tessuto misto cotone-poliestere” secondo uno studio pubblicato nel 2017 sulla rivista Environmental pollution, in cui si fa presente che con “un solo carico di 5 chilogrammi di materiale in poliestere produce tra 6 e 17,7 milioni di microfibre. Quest’ultime, si rileva nella ricerca, sono sempre più spesso trovate negli organismi filtratori acquatici come mitili e ostriche, ma anche nello stomaco di pesci e uccelli marini, nei sedimenti, nel sale da cucina e nell’acqua in bottiglia. Una volta entrati nell’ecosistema marino, “i microframmenti nocivi iniziano ad assorbire sostanze inquinanti e tossiche e vengono ingeriti dagli organismi che li scambiano per cibo; si accumulano nei tessuti in concentrazioni sempre crescenti via via che si sale nella catena alimentare fino a raggiungere potenzialmente l’uomo”.

Infine, Marevivo consiglia di “usare più a lungo i capi acquistati, riciclarli correttamente e effettuare lavaggi usando programmi a basse temperature, detergenti liquidi e una velocità della centrifuga ridotta”.

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