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L’intervista – Clancy sull’antibiotico resistenza: “Nuovi antibiotici usati solo nel 35% dei casi”

Nonostante la loro efficacia nel trattare le infezioni da enterobatteri resistenti ai carbapenemi (CRE), gli antibiotici approvati tra il 2015 e il 2018 dall’Food and Drug Administration (Fda) sono ancora poco usati nella pratica clinica negli Stati Uniti, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Open Forum Infectious Diseases. Dato sorprendente, visto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e la Società Americana delle Malattie Infettive, considerano prioritario lo sviluppo di nuovi antibiotici contro i CRE. Popular Science ha incontrato Cornelius J. Clancy, professore associato di medicina, esperto in malattie infettive, ricercatore all’University of Pittsburgh e primo autore dello studio.

Perché è così importante adottare nuove terapie per le infezioni CRE?

Gli enterobatteri resistenti ai carbapenemi causano infezioni gravi, la maggior parte delle quali sono trattate in ospedale, come le infezioni del sangue, la polmonite e le infezioni addominali e il tasso di mortalità resta molto elevato. Rispetto alle soluzioni terapeutiche esistenti i batteri hanno sviluppato dei meccanismi di resistenza e possono emergerne di nuovi, quindi abbiamo bisogno di una vasta gamma di antibiotici.

Qual è il meccanismo di azione degli antibiotici recentemente approvati dall’FDA: il meropenem/vaborbactam, la plazomicina e ceftazidima/avibactam?

La maggior parte degli antibiotici sfrutta meccanismi ormai consolidati per contrastare le infezioni, come l’inibizione della parete dei batteri. I nuovi antibiotici, prescritti in particolare per le infezioni complicate del tratto urinario e per le infezioni intra addominali, sono in grado di inibire le beta lattamasi, gli enzimi che rendono i batteri CRE resistenti agli antibiotici.

Cosa è emerso dal sondaggio che avete proposto agli ospedali sull’uso degli antibiotici?

Anche se i nuovi farmaci sono più efficaci e più sicuri dei vecchi antibiotici usati nel trattamento delle infezioni da CRE, come ad esempio la polimixina, i medici finora li hanno usati poco. I nuovi farmaci vengono impiegati solo nel 35% delle infezioni per cui sarebbero indicati. È importante capire le ragioni che sono alla base di questa lentezza nell’adottare gli antibiotici più recenti, per sviluppare delle strategie per distribuire questi farmaci ai pazienti che possono trarne beneficio.

Secondo lei a cosa è dovuto questo ritardo nell’adozione dei nuovi farmaci?

Una ragione è che sono costosi rispetto agli altri trattamenti. Tuttavia probabilmente entrano in gioco anche i fattori comportamentali, come il voler “serbare” i nuovi antibiotici per limitare lo sviluppo di resistenze. Potrebbero svolgere un ruolo anche le pratiche di gestione degli antibiotici negli diversi ospedali. Un altro motivo potrebbe essere un ritardo nella comunicazione. Le società professionali non hanno pubblicato delle linee guida che raccomandano chiaramente i nuovi farmaci rispetto ai vecchi e molti clinici si basano proprio su queste linee guida per decidere quali antibiotici prescrivere. Esse dovrebbero quindi essere aggiornate in modo più tempestivo.

È un problema che si limita alle infezioni CRE o riguarda anche altri antibiotici?

Ci sono altri esempi di difficoltà nell’adozione di nuovi antibiotici, come nel caso della fidaxomicina, un antibiotico policiclico con un azione battericida specificatamente rivolta contro il batterio Clostridium difficile. Essa è scarsamente usata nella pratica clinica, nonostante sia più efficace rispetto al metronidazole nel combattere questo tipo di infezioni.

Camilla de Fazio

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