L’Europa verso la “ristrutturazione” sanitaria del post-Covid

Dopo più di un anno durante il quale la pandemia da Covid-19 e la crisi sanitaria e le difficoltà economiche da essa generate in tutto il mondo sono state al centro dell’attenzione globale, una cosa è certa. La scienza e la sanità da adesso in poi devono acquisire un ruolo completamente diverso e molto più importante a livello nazionale e internazionale.

In questi mesi si sono tenuti numerosi incontri sull’innovazione in ambito sanitario (si è parlato molto di telemedicina e digitalizzazione) e sulla strada da intraprendere nel post-Covid.
Di particolare rilevanza, si è svolta il 18 maggio la tavola rotonda Scienza, salute, innovazione: una prospettiva di sostenibilità oltre la crisi, in cui sono state riportate le riflessioni di Panel di esperti, Think Tank, mondo della ricerca e industria farmaceutica sull’argomento.

Hanno partecipato Mario Monti, attualmente Presidente della Pan-European Commission on Health and Sustainable Development, e Presidente dell’Università Bocconi; Paola Testori Coggi, Special Advisor presso Cluster Nazionale Scienze della Vita ALISEI e Chair del T20 Task Force Global Health and COVID-19; Pasquale Frega, Presidente Gruppo farmaceutiche europee e giapponesi Farmindustria e Country President & Pharma Head presso Novartis; Marco Simoni, Presidente di Human Technopole Milano; Esti Shelly, Direttrice Digital Health Division, Ministero israeliano della salute; Rita Adam, Ambasciatrice della Svizzera in Italia e Alessandra Todde, viceministro dello sviluppo economico.

L’evento è stato organizzato dall’Ambasciata svizzera in Italia in collaborazione con le ambasciate di Canada, Danimarca, Israele, Germania, Giappone e Paesi Bassi, eunipharma e della Camera del commercio svizzera.

Una crisi prevenibile che ha esacerbato problemi pre-esistenti

La settimana scorsa è stato pubblicato il rapporto dell’Independent Panel for Pandemic Preparedness and Response istituito dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) nel settembre 2020. Gli esperti giungono alla conclusione che il Covid-19 era prevenibile e individuano i punti deboli della risposta all’emergenza a livello globale. Prima di tutto, scrivono, la preparazione ad un’eventuale crisi sanitaria è stata “incoerente e sottofinanziata”, la risposta è stata troppo lenta e ha “esacerbato le disuguaglianze”. A questo si aggiunge “l’assenza di una leadership globale”.

Il Think20 (T20), un bottom-up, in cui si esaminano le proposte dei think tank rappresentativi dei Paesi membri del G20 su cosa fare per la salute globale, sta formulando raccomandazioni in linea con le conclusioni che emergono dai diversi Panel, spiega Testori Coggi. E sottolinea come i problemi emersi con la pandemia non siano stati creati dal Covid-19. Esistevano già, la crisi sanitaria li ha solo esacerbati. Un esempio: nei Paesi ad alto reddito la sanità era principalmente incentrata sulla gestione delle malattie croniche, e organizzata in modo ospedalocentrico. “La medicina del territorio è stata tralasciata e le malattie infettive ignorate come se riguardassero solo i Paesi a basso reddito”.

Per tutte queste ragioni ora non possiamo accontentarci di tornare alla normalità pre-pandemia, quella normalità che, come ha scritto Monti in un commento pubblicato dal Financial Times, “ha creato le condizioni affinché il virus emergesse e si diffondesse in primo luogo”. Bisogna invece lavorare per costruire una “nuova normalità”, imparando la lezione offerta dalle vicende dell’ultimo anno.

Necessità di integrazione

La Commissione pan-europea per la salute e lo sviluppo sostenibile, anch’essa, come il Panel indipendente, istituita dall’Oms, ha lo scopo di riconsiderare le priorità politiche alla luce della pandemia su scala pan-europea (sono inclusi 53 Paesi).
Monti, nel suo intervento all’incontro, riporta una sintesi delle riflessioni condotte fin ora dal gruppo. La parola chiave è integrazione. Gli obiettivi posti sono infatti quelli di raggiungere una maggiore integrazione nell’ambito della salute, quindi tra le diverse organizzazioni e istituzioni che si occupano di salute e una maggiore integrazione tra politiche della salute e governative.

Monti ricorda il concetto di One Health, “che vede la salute come risultante di un sistema complesso di relazioni che abbracciano la salute umana, degli animali e del pianeta”. Prende quindi in considerazione, come parte della “salute” anche la biodiversità e il rispetto di essa e le intrusioni dell’uomo nella natura selvaggia che sono state il punto di partenza di numerose epidemie nella storia. Al livello delle Nazioni Unite sono quattro le organizzazioni che si occupano di queste diverse facce della salute: la Fao (Food and Agriculture Organization of the United Nations), l’Oms, l’Unep (United Nations Environment Programme) e l’Oie (Organizzazione mondiale della sanità animale). Per trasferire anche “a livello istituzionale e analitico questo approccio ‘olistico’ della One Health”, continua Monti, “immaginiamo che nel lungo periodo verrà istituita un’organizzazione che inglobi tutti questi aspetti e per il momento raccomandiamo un rapporto più stretto tra le quattro entità sopra citate”. Occorre anche che l’Oms sia reso più forte e indipendente e si ponga al centro di una rete vasta e importante comprendente le altre autorità che si occupano di salute.

Al livello dei singoli Paesi, le politiche della salute dovrebbero acquisire poi tutt’altro peso rispetto a quello avuto fin ora. “Le politiche della salute, se gestite con una visione settoriale e non sentite come proprie al tavolo di un consiglio dei Ministri dal Primo Ministro e dal Ministro dell’economia possono non ricevere l’attenzione che meritano e a un certo punto prendersi la ‘rivincita’ di questa disattenzione”. La pandemia è stato un’esempio clamoroso di come “le politiche sanitarie neglette o non integrate” possano prendere “in ostaggio le politiche finanziarie”.

Pubblico e privato: modificare il rapporto tra Stato e industria in Europa

Testori Coggi nel suo intervento si concentra su un altro problema, emerso in particolare nel momento in cui è iniziata, in tutto il mondo, la produzione di vaccini contro il Covid-19. Il rapporto tra pubblico e privato in Europa. “Nell’Unione Europea non abbiamo la consuetudine a lavorare a fianco dell’industria farmaceutica, piuttosto delimitiamo con le nostre regole l’azione dei Big Pharma e del BioTech”. Il governo americano, invece, intrattiene rapporti consolidati e privilegiati con le aziende farmaceutiche. “Per questa ragione gli Stati Uniti sono riusciti a mettere a punto dei vaccini più rapidamente: il governo ha aiutato a livello tecnico, organizzativo e finanziario le industrie, molto più di quanto abbiamo fatto noi”. Inoltre, al momento dell’acquisizione dei vaccini “noi abbiamo negoziato con i nostri produttori di vaccini da compratori e non da partner”.

L’Europa ora vuole quindi “combinare ecosistemi privati e pubblici per mettere insieme le capacità di sviluppo e produzione di entrambi i settori da mettere in campo in caso di emergenza”. Si inserisce in questo contesto l’HERA (Health emergency preparedness and response authority).
Un’esempio di questa maggiore collaborazione tra pubblico e privato, in Italia, è la Federated Innovation, che riunisce al momento 32 aziende private che collaborano nell’ambito del MIND (Milano Innovation District) e interagiscono con la ricerca pubblica dell’Università di Milano e dell’istituto di ricerca Human Technopole.

Investire nella ricerca

Secondo punto affrontato da Testori Coggi: la necessità di investire maggiormente nella ricerca. I Paesi americani investono di più su ricerca e sviluppo, deve farlo anche l’Europa. Inoltre, l’Europa ha una forte attitudine al commercio aperto di farmaci, di cui è esportatrice ed importatrice. In caso di emergenza, però, è necessaria “una produzione di farmaci più resiliente”.

“Salute e ricerca non devono essere considerati più un costo ma un investimento”, conferma Frega. Questo è un tema critico in Italia dove “viene investito in ricerca l’1,4% del Pil, contro il 3,9% della Germania o il 4,9% di Israele”, per esempio. “Credo che in Italia siamo stati colti impreparati sul fronte delle infrastrutture, sul fronte organizzativo e sul fronte culturale”. Il problema è che non c’è “una sufficiente attenzione e interesse nella ricerca nel Paese, la speranza è che con la pandemia questa situazione cambi”.

Dal punto di vista delle industrie, il sistema regolatorio e la burocrazia, in Italia, rappresentano un freno, e questa non è una novità. Frega sottolinea la necessità di modificare “velocità e costo con i quali i farmaci vengono prodotti, promuovendo nuove regole che facilitino la ricerca”. Il post-Covid, con il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) può essere l’occasione per trovare una soluzione a questi problemi.

Innovazione digitale

Una delle missioni del PNRR è la digitalizzazione. Digitalizzazione che coinvolge moltissimi ambiti e che, in campo sanitario, è un’innovazione imprescindibile, come sottolinea l’ambasciatrice Adam. “Nel nostro Paese, e non solo, siamo incredibilmente in ritardo in tema di sanità digitale”, aggiunge Frega. Su questo punto interviene Simoni, che osserva come, nella maggior parte dei casi, non si ha la capacità di valorizzare l’enorme quantità di dati, sanitari in questo caso, che i Paesi hanno a disposizione.

“È una sfida gigantesca, che ha a che fare con il trattamento giuridico dei dati, la protezione della privacy, la garanzia che i dati siano usati per l’interesse pubblico”, commenta. Inoltre l’uso dei BigData richiede una certa capacità e competenze: bisogna usare e integrare banche dati diverse e i ricercatori devono saper maneggiare tali dati ed essere esperti in intelligenza artificiale.

Raccogliere dati e saperli usare permette una maggiore conoscenza della popolazione, una migliore messa a punto di interventi sanitari che rispondano alle esigenze delle persone e consente lo sviluppo di una medicina predittiva.

Soluzioni globali

“Nessun Paese, da solo, sarebbe stato in grado di rispondere efficacemente alla pandemia”, osserva Todde, “le risposte Globali sono imprescindibili”. In qualche modo fa eco alle parole del Commissario per il Mercato Interno dell’UE, Thierry Breton, che, in un’intervista al Corriere della Sera, ha dichiarato: “per fare un vaccino a mRna servono tra i 400 e i 500 componenti” e “non c’è alcun Paese al mondo che possa produrre da solo un vaccino”.

Emerge bene la volontà di dotarsi da un punto di vista organizzativo, strutturale, istituzionale, di armi che, al livello nazionale, europeo e internazionale possano permettere di arginare possibili future emergenze sanitarie in modo tempestivo.
L’evidente necessità di collaborazione e cooperazione al livello globale potrebbe sembrare in contraddizione con la necessità di competitività indispensabile per i singoli Paesi. Per quanto riguarda l’Italia, occorrerà trovare un equilibrio tra la volontà reale di un maggiore investimento in salute, ricerca e innovazione e la volontà “più sgradevole socialmente e politicamente”, osserva Monti, “di ridurre altre voci della spesa pubblica italiana”.

Post correlati

Lascia un commento

*