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Influenza: la prima non si scorda mai

Il primo incontro/scontro con l’influenza non si dimentica più e anzi serve per le volte future. Quanto una persona riesca a contrastarla con successo dipende, infatti, non solo dalla capacità del virus di cambiare con la stagione, ma anche dal ceppo con cui si è venuti incontro durante l’infanzia. A suggerirlo è una ricerca dell’Università dell’Arizona pubblicata sulla rivista PLoS Pathogens.

Per decenni, gli studiosi sono stati colpiti dal fatto che lo stesso ceppo del virus dell’influenza comportasse vari livelli di gravità in diverse persone. Nel 2016, un articolo su Science ha mostrato che l’esposizione passata al virus determina la risposta alle infezioni successive, un fenomeno chiamato imprinting immunologico.

La scoperta ha contribuito a ribaltare la precedente convinzione diffusa che un precedente contatto conferisse una protezione immunologica scarsa o nulla contro la cosiddetta influenza suina o aviaria. In questo studio, i ricercatori hanno iniziato ad analizzare se l’imprinting immunologico potesse spiegare la risposta delle persone ai ceppi già circolanti.

Il team ha analizzato i registri sanitari del Dipartimento dei servizi sanitari dell’Arizona “che tengono traccia dei casi di influenza, per studiare come diversi ceppi del virus (in particolare H3N2 e H1N1) colpissero persone di età diverse. I dati delle cartelle cliniche hanno rivelato uno schema: le persone esposte per la prima volta ad H1N1 durante l’infanzia avevano meno probabilità di finire in ospedale se venivano in contatto con questo ceppo rispetto a quelle esposte ad H3N2.

Al contrario, queste ultime hanno goduto di una protezione aggiuntiva contro H3N2 nel corso nella vita. “In altre parole, se da bambini si è avuto il primo attacco di influenza nel 1955, quando circolava il virus H1N1 ma non H3N2- conclude Michael Worobey, coautore dello studio- un’infezione da H3N2 ha molte più probabilità di far approdare in ospedale rispetto a una da H1N1”.

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