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Felicità: e se fosse innata?

Dipingere, scrivere poesie o canzoni, provare una nuova ricetta, lavorare a maglia o all’uncinetto; sarebbe custodito in semplici attività come queste il segreto della felicità. Questo è quanto sostiene uno studio dell’Università di Otago, in Nuova Zelanda, pubblicato sul The Journal of Positive Psychology. E ci sarebbe anche un tempo per la felicità; il suo picco sarebbe dopo i 40 anni, nonostante gli acciacchi e il declino cognitivo. Le età ‘critiche’, quelle più stressanti della nostra vita, sono infatti tra i 20 e i 30 anni, poi mano a mano che si entra nella mezza età, ogni anno o decade che si aggiunge significa maggiore felicità, dice la ricerca della University of California San Diego School of Medicine, pubblicato su Journal of Clinical Psychiatry.

Nel giorno della giornata della felicità, sancita dall’Onu con una risoluzione del 28 giugno del 2012, la scienza si chiede se questo sentimento sia innato, e i ricercatori coordinati da Meike Bartels e Philipp Koellinger, dell’Università di Vrije ad Amsterdam, hanno individuato tre varianti genetiche coinvolte nella felicità, di cui due legate ai sintomi della depressione e 11 punti del genoma correlati a nevrosi. Si tratterebbe quindi di una sorta di mappa dei geni – ospitata sulle prestigiose pagine della rivista scientifica Nature – che hanno un ruolo nella sensazione di benessere delle persone, ancora però tutto da esplorare e comprendere meglio.

Ma la ”ricetta della felicità” andrebbe forse chiesta ai danesi perché sono loro al primo posto del World happiness report 2016, mentre l’Italia è solo 50esima per il secondo anno consecutivo. Viene subito dopo Stati come Uzbekistan, Malesia e Nicaragua ed è tra i dieci Paesi con la maggiore diminuzione della felicità tra il 2005 e il 2015. E comprensibilmente i dieci paesi con il maggiore calo nella valutazione della vita, secondo lo studio, in genere soffrono di un insieme di tensioni economiche, politiche e sociali. Tre di questi paesi (Grecia, Italia e Spagna) sono tra i quattro paesi dell’Eurozona più colpiti dalla crisi.

Guardando invece in testa alla classifica troviamo tutti paesi dell’Europa Centro-Settentrionale come la Svizzera (che passa al secondo posto dal primo dell’edizione 2015), l’Islanda, la Norvegia e la Finlandia. Seguono Canada, Olanda, Nuova Zelanda, Australia e Svezia. Restano invece fuori dalla top ten le grandi economie a partire dagli Stati Uniti (tredicesimi), la Germania (sedicesima), il Regno Unito (ventitreesimo) e la Francia (trentaduesima).

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