Fase 2: Bisognerà “gestire i casi lievi a livello territoriale e rafforzare il monitoraggio” – intervista a Stefano Vella

Ci prepariamo ad un prudente allentamento del lockdown, così come molti altri Paesi. Le preoccupazioni sono molte. Nell’immediato ci esponiamo al rischio di un aumento del numero di contagi, restano poi le incognite per il futuro: il virus sarà “meno cattivo” quest’estate? Il prossimo inverno saremo travolti da una seconda ondata epidemica? Non c’è una risposta certa, ce lo dirà il tempo. In ogni caso sarà fondamentale limitare al massimo i danni in questa imminente fase 2 e nelle fasi successive. In che modo? Ne abbiamo parlato con Stefano Vella, infettivologo, professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, ex direttore del Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto Superiore di Sanità.

Quali misure sanitarie dovrebbero essere adottate, secondo lei, per limitare la diffusione del virus in questa nuova fase?

Sicuramente la riapertura va fatta in qualche modo, ma non c’è dubbio che dobbiamo stare davvero molto attenti e rafforzare il monitoraggio. Sarà importante identificare precocemente i casi e per far questo occorre sì aumentare il numero di tamponi, ma anche imparare a gestire i casi non gravi a livello territoriale. In questi mesi abbiamo ospedalizzato troppo la malattia, mentre chi si ammala in modo lieve dovrebbe essere seguito a domicilio, o perlomeno sul territorio, quindi da medici di famiglia e non solo, mentre l’ospedale dovrebbe essere un centro di cure intensive. È poi molto importante che le persone colgano precocemente quei segni che indicano una possibile infezione e avvertano subito il medico di famiglia o la Asl, senza andare al pronto soccorso dove rischierebbero di contagiare altri. Alcuni dei sintomi, ricordiamolo, sono simili a quelli dell’influenza, come febbre, tosse secca e stanchezza, dolori muscolari, diarrea e vomito. Altri sono più caratteristici, come la perdita del gusto e dell’olfatto. Questa riapertura “soft” è giusta, l’epidemia non è finita e deve essere monitorata, per poter cogliere i “fili di fumo” prima che scoppi l’incendio. Con l’inverno poi sarà importante promuovere e allargare la vaccinazione anti-influenzale per evitare la sovrapposizione di due epidemie respiratorie.

Questi sintomi, che è importante riconoscere e segnalare, sono molto vari e dimostrano ciò che sta emergendo con sempre maggior chiarezza: il coronavirus, oltre ai polmoni, colpisce molti altri organi.

Sì, questo virus attacca molti organi. È stato osservato un effetto sul cuore, sui vasi sanguigni, sui reni, su stomaco e intestino, ma anche sul sistema nervoso centrale, ed infatti alcuni pazienti perdono il senso del gusto e dell’olfatto. Un aspetto fondamentale nella gestione dei pazienti gravi è il trattamento di sintomi cardiovascolari e non stupisce troppo che in alcuni casi limite si verifichi una vasculite.

Quali sono invece le raccomandazioni per i cittadini in questa fase 2?

Prima di tutto bisogna aver presente che l’allentamento non ci esonera dal mantenimento del distanziamento sociale. Certo possiamo incontrare i nostri cari, ma continuando ad adottare tutte le precauzioni: mascherina, distanza, evitare baci e abbracci.

Di certo nessuno può dirlo con certezza, ma cosa possiamo aspettarci per i prossimi mesi?

Per il futuro i rischi sono due. La possibilità, nell’immediato, a maggio/giugno, di una recrudescenza dell’ondata attuale, perché l’allentamento delle precauzioni ora potrebbe portare ad un aumento del numero dei casi, ma non sarebbe una vera e propria seconda ondata. Con l’estate, poi, il virus potrebbe infettare di meno, ma non lo sappiamo ancora con certezza, è una possibilità. Il secondo pericolo riguarda il prossimo autunno. Con il ritorno del freddo ci aspettiamo anche un ritorno del coronavirus, in concomitanza con i virus dell’influenza stagionale.

Lei fa parte del comitato tecnico-scientifico che supporta la Sardegna. Proprio in questi giorni il presidente Christian Solinas ha dichiarato che chiederà al governo la possibilità di pretendere, per chiunque voglia recarsi in Sardegna a scopi turistici quest’estate, un “passaporto sanitario”. In cosa consiste?

La Sardegna per tanti motivi è stata un po’ risparmiata dall’epidemia. Sia per la sua insularità, sia perché le restrizioni sono partite presto e sono state seguite alla lettera. I nuovi casi sono pochissimi e ovviamente, con l’arrivo dei turisti, che sono indispensabili per la regione, si teme un aumento dei contagi. Per evitarlo è fondamentale controllare chi arriva:per poter venire in Sardegna i turisti dovranno avere un tampone negativo effettuato nei sette precedenti, una volta arrivati dovranno sottoporsi ad un secondo tampone e scaricare l’App che consenta il contact tracing.

Questo approccio ha dei pro e dei contro. Andare in Sardegna diventerebbe più complesso, certo, ma verrebbe garantita la sicurezza. Secondo me poi bisognerebbe conservare l’obbligo di richiedere un’autorizzazione per entrare in questa Regione, anche per motivi turistici.

In un contesto di misure generali, uguali per tutti, credo che alcune Regioni, come la Sardegna, possano adottare misure differenziate adatte alla loro situazione epidemiologica e “geografica”.

Passiamo dall’estate al prossimo inverno: in previsione di una seconda ondata non saremo certo impreparati come lo eravamo a febbraio. Di quali nuove armi disponiamo per affrontare una nuova epidemia da Sars-Cov-2?

Prima di tutto abbiamo aumentato i posti in terapia intensiva, questo è un aspetto fondamentale, e sono stati fatti dei passi avanti nella gestione del paziente con terapie di supporto. Abbiamo più strumenti per gestire i pazienti critici, sappiamo ad esempio che nei pazienti gravi vanno gestiti i problemi di coagulazione e disponiamo di farmaci che aiutano a contrastare la tempesta immunitaria.

Speriamo che per allora, al momento di un’eventuale seconda ondata, saranno disponibili farmaci specifici. Ci sono oltre 950 sperimentazioni in corso sul Covid e osserviamo un impegno importante delle accademie e delle industrie che stanno davvero lavorando insieme. La collaborazione pubblico-privato in questo caso è fondamentale perché nessuno, né l’industria né il pubblico, può arrivare da solo alla soluzione.

 

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