Farmaci, vaccini e Dpi. Il Covid ha svelato i punti deboli degli approvvigionamenti in sanità. Il codice degli appalti è da rivedere puntando su qualità, programmazione e produzione interna

Le regole di approvvigionamento (procurement) per la sanità italiana vanno totalmente riviste puntando sulla qualità, anche a discapito del prezzo. Serve un processo di informatizzazione, per un’analisi coerente dei fabbisogni. Va ripensato il concetto di “scorte”, spesso non fatte per non pesare sui bilanci ma che invece possono risultare necessarie, come emerso con la carenza di Dpi nella prima fase dell’emergenza Covid. E occorre snellire le procedure per realizzare una programmazione fluida in grado non tanto di sopperire all’emergenza con soluzioni di emergenza, quanto di rispondere tempestivamente ed efficacemente agli imprevisti.

Sono solo alcune delle riflessioni emerse nella puntata di ieri di Camerae Sanitatis, il nuovo format editoriale multimediale nato dalla collaborazione tra l’Intergruppo parlamentare Scienza & Salute e SICS (editore di Quotidiano Sanità, Daily Health Industry, Popular Science e dei suoi Medical Magazine), che dopo le puntate dedicate a “Vaccini e anticorpi monoclonali”, “Intelligenza artificiale” e “Tumori metastatici”, ha posto al centro del confronto tra politici e tecnici il tema “Farmaci e vaccini, come sarà il procurement nel futuro?”.

Un tema molto sentito, quello del procurement, visto anche il peso che ha avuto nella gestione dell’emergenza Covid. Tanto che i relatori hanno proposto ad Angela Ianaro di creare nuove occasioni di incontro tra politica e stakeholder per analizzare insieme le possibile soluzioni per migliorare il sistema. Proposta accolta con favore dalla presidente dell’Intergruppo Parlamentare Scienza&Salute, secondo la quale il periodo post Covid può rivelarsi “particolarmente fertile per agire attraverso una serie di interventi sul codice appalti, sui decreti attuativi afferenti al Pnrr e sulla prossima legge di Bilancio”.

Il Covid, come evidenziato da Lisa Noja, ha fatto infatti emergere con violenza “criticità che il nostro sistema di acquisti sanitari presentava da tempo”. Tra le problematiche messe in evidenza dalla deputata, “la proliferazione di norme e regolamenti che si sono succeduti negli anni e a volte in contrasto tra loro”. E poi “la tendenza alle centrali di acquisto per fare massa critica e avere potere negoziale, che tuttavia rischiano di ridurre il numero di aziende che possono partecipare alle gare, mettendo in discussione la concorrenza”.
E poi, elemento critico evidenziato anche dagli altri relatori, il prevalere del criterio di scelta basato sul prezzo, che non sempre corrisponde alla massima qualità.

Per Noja l’errore di fondo, nel nostro Paese, è stato “applicare il modo troppo pedissequo la normativa degli appalti in un settore che potrebbe diventare strumento di programmazione e gestione del fabbisogno di cura, garanzia di qualità e anche elemento di aiuto e valorizzazione della filiera italiane”. Quello del procurement, ha evidenziato la deputata, “è un ambito in cui sbagliare può mandare in tilt il sistema, di cura e non solo”.

Parole, quelle di Noja, accolte con soddisfazione da Salvatore Torrisi, perché dimostrazione che “la politica conosce i problemi”. Ma “il tradotto normativo dice tutt’altro”, ha osservato il presidente di F.A.R.E. chiedendo un preciso impegno ad una azione precisa per ricondurre il sistema sui giusti binari. L’attenzione di Torrisi è stata posta anche sulle procedure di controllo degli appalti, “basate esclusivamente sulla formalità degli atti ma non sulla sostanza. Quel che viene richiesto è la perfezione delle procedure, mentre è di fondamentale importanza anche una verifica della qualità e dell’utilità del prodotto acquistato”.

La colpa delle distorsioni del sistema è da imputare, per il presidente di F.A.R.E., anche alla stampa, che ha condizionato il sistema con notizie sulla disparità di costi dei dispositivi da una Regione all’altra di Italia. “Anche questo ha contribuito a spostare l’attenzione sul prezzo e, di conseguenza, a privilegiare gli acquisti sul territorio asiatico, meno costoso”. Per Torrisi ricondurre gli acquisti sulla filiera italiana è un passo importantissimo: rafforzerebbe il paese e le sue aziende produttive, sarebbe garanzia di qualità e ci terrebbe al riparo da eventuali carenze.

Questione, quest’ultima, che si rivela particolarmente importante quando si parla di dispositivi medici. “Se infatti per i farmaci il sistema è più codificato e il problema della indisponibilità può trovare soluzione in alcune tipologie di gare come gli accordi quadro, il ricorso a multi fornitori o la possibilità di ricorrere alla regola del quinto d’obbligo”, ha spiegato Ugo Trama, “quando si parla i dispositivi medici – e le vicende delle mascherine dalla Cina durante l’emergenza Covid ne sono stati un chiaro esempio – il ricorso agli acquisti sul mercato asiatico può portare due negative conseguenze: l’irreperibilità del prodotto e la mancanza di marcatura Cee per la garanzia di sicurezza”.

Il dirigente della Campania ha quindi evidenziato la necessità di trasformare il procurement italiano in un processo di programmazione “fluida, a medio termine, che non significa sopperire all’emergenza, ma sapere rispondere con tempestività ed efficacia agli imprevisti. Ma per fare questo vanno riviste norme e paletti”.

Trama ha poi evidenziato come, nel corso dell’emergenza Covid, l’Italia abbia dato vita a una importante azione di “mutuo soccorso tra regioni”. Il dirigente campano ha esaltato la “grande collaborazione tra istituzioni nazionali, Aifa e Regioni”. Per Trama “la centralità dello Stato ha portato risultati” e per questo andrebbe valutata l’opportunità di “avviare molte gare di livello nazionale per alcuni beni, dispositivi e farmaci potrebbe essere fatto. Avremo una minimizzazione dei costi e massimazione dei risultati. Ma bisogna creare le condizioni e la parte politica deve essere pronta a dare un grande contributo in questa direzione”.

Patrizia Ferro ha quindi portato l’esperienza della Città della Salute di Torino, le cui forniture sono per l’80% garantite dalla Società di committenza regionale. “Ma avendo le nostre strutture una forte vocazione specialistica, abbiamo bisogno di procedere in autonomia per alcune specificità”. Un sistema misto che garantisce i vantaggi delle gare bandite in modo centralizzato ma consente anche di rispondere ai bisogni di salute non preventivati dai pazienti: “Se un paziente ha bisogno di una terapia non aggiudicata dalla Società, le possibilità sono due: o si cambia la terapia o gli si garantisce la continuità terapeutica attraverso processi di procurement individuali. E credo che la scelta da fare sia la seconda”, ha detto Ferro.

Ferro ha quindi acceso i riflettori sulla necessità di personale altamente qualificato nel sistema. “Una buona iniezione di personale giovane, specificamente formato, inseriti negli ufficio acquisti, sarebbero in grado di fare la differenza, dando un forte contributo alla valorizzazione non solo il prezzo più basso ma anche tutto il valore aggiunto che un fornitore è capace di offrire”. Insomma, un sistema rinnovato con professionalità rinnovate.

Per il presidente della Sifo, Arturo Cavalieri, forse quello che l’Italia dovrebbe fare è ricondurre la normativa sugli appalti nel quadro del decreto 50 di recepimento delle direttive Ue sugli appalti pubblici. “Le modifiche apportate negli anni in Italia ha di fatto cambiato anche i criteri ispiratori della normativa europea, tra cui quello dell’amplificazione del criterio di qualità”.

Per questo Cavaliere ha evidenziato la necessità di fare un passo indietro, come anche chiesto dal Parlamento Europeo con la risoluzione approvata il 17 settembre 2020 che, indagando sulle cause profonde del fenomeno ricorrente delle carenze di medicinali, aggravato dalla crisi sanitaria determinata dalla pandemia di Covid-19, ed evidenziando come a causa della delocalizzazione della produzione il 40% dei medicinali finiti commercializzati nell’Unione proviene da Paesi terzi, invita la Commissione UE ad adottare rapidamente le misure necessarie per “garantire la sicurezza dell’approvvigionamento dei prodotti sanitari, ridurre la dipendenza dell’UE nei confronti dei Paesi terzi e sostenere la produzione farmaceutica locale per i medicinali di forte interesse terapeutico, dando priorità ai medicinali di interesse sanitario e strategico in stretta cooperazione con gli Stati membri”.

L’intervento di Fulvia Filippini ha confermato la gran parte delle considerazioni dei precedenti relatori, pure evidenziando come “il ricorso alle gare nazionali potrebbe trasformarsi in un boomerang, nel caso di problematiche”. Per Filippi occorre piuttosto proseguire con le gare regionali ma “con una cabina di regia nazionale che consenta un migliore coordinamento”.

Due, poi, i principi cardini per Filippi: valore e pianificazione. “Valore – ha spiegato – perché avere una visione di valore, che tiene conto anche di tutte le dinamiche interne al processo di produzione, consente non solo di non discriminare il nostro paese, ma anche di non discriminare le terapie”.
Poi pianificazione, “perché per le aziende è necessario conoscere volumi e fabbisogni. Fenomeni come quelli a cui abbiamo assistito, in cui all’improvviso c’è un incremento della domanda anche oltre il 50%, se non pianificati, mettono inevitabilmente una azienda in grave difficoltà”.

A questo proposito i relatori hanno evidenziato quando l’Italia debba ancora fare in tema di informatizzazione: “Le aziende e gli enti forniscono un gran numero di informazioni al sistema centrale, ma non abbiamo mai un ritorno in termini di analisi dei dati. In questo modo è impossibile conoscere in maniera corretta l’andamento del fabbisogno a livello regionale e nazionale”.

A chiudere questo quarto appuntamento con Camerae Sanitatis è stato Marco Cossolo, di confronto, che ha evidenziato le farmacie rappresentino l’ultimo passo del processo di approvvigionamento, con la consegna del farmaco al paziente. “In questi ultimi due anni abbiamo incrementato in modo importante la distribuzione ‘per conto’, per via delle restrizioni di accesso alle strutture sanitarie legate alla pandemia. Il servizio ha ricevuto un forte gradimento dei pazienti ed è su questa strada che vorremo continuare, lasciando alle farmacie ospedaliere il ruolo di fornitori e di dispensatori del primo ciclo della terapia, ma lasciando poi alle farmacie del territorio la possibilità di svolgere quel servizio di prossimità che è un valore aggiunto del percorso di cura, potendo rappresentare, noi farmacisti del territorio, un punto di riferimento quotidiano per il paziente”.

Le farmacie, ha spiegato Cossolo, hanno già provveduto ad avviare le procedure di prenotazione dei farmaci antinfluenzali. “Speriamo, e ci sembrerebbe logico che fosse così, che ci venga permesso anche di somministrarli, visto che già lo facciamo con i vaccini anti Covid”. A riguardo il presidente di Federfarma sembra ottimista. “Per la campagna anti Covid la politica ci ha ascoltati. È cambiato l’atteggiamento nei confronti della farmacia, che ha ricevuto il riconoscimento che da tempo chiedeva. Ora – ha concluso Cossolo – va generata quella collaborazione tra farmacista ospedaliero e farmacista territoriale che può permettere alla sanità territoriale di fare un ulteriore passo avanti”.

Lucia Conti

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