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Epatite B, rara la negativizzazione specie tra gli asiatici

fegato(Reuters Health) – I pazienti sieropositivi all’epatite B (HbsAg) hanno maggiori probabilità di eliminare il virus se non sono di etnia asiatica, di sesso maschile, di età superiore ai 45 anni e presentano livelli più bassi di HBV nel DNA cellulare. È quanto emerge da un ampio studio di coorte statunitense in real life.

La negativizzazione sierica di HbsAg, o antigene Australia, marcatore sierologico di infezione per eccellenza, è rara, di circa lo 0,31% annuo secondo le analisi che hanno condotto i ricercatori. «Questa percentuale è molto più bassa rispetto a quella registrata in molti studi condotti su popolazioni selezionate, ciò deve indurre i medici ad essere realistici quando devono iniziare un trattamento o dare la loro consulenza sulle terapie – ha commentato il dottor Mindie Nguyen dell’University Medical Center di Palo Alto, in California, parlando dei risultati dello studio pubblicato di recente su Pharmacology and Therapeutics.

I soggetti positivi per HbsAg sono ad aumentato rischio di cirrosi e in grado di sviluppare un carcinoma epatocellulare anche in assenza di cirrosi. Lo studio ha suggerito che l’eliminazione dell’antigene Australia (HbsAg) è rara ed è ancora meno frequente nelle popolazioni asiatiche sebbene gli studiosi non abbiano attuato un confronto ‘testa a testa’ tra gruppi occidentali e asiatici. Nel nuovo studio il team del dottor Nguyen ha esaminato 4.737 pazienti con epatite B cronicizzata (CHB) provenienti da cinque centri di cura ospedalieri e universitari. I pazienti sono stati arruolati secondo un criterio retrospettivo tra il 2001 e il 2014. Il 95% erano asiatici, nessuno era stato trattato con interferone. Il follow-up mediano era stato di 32 mesi.

Dei 16.844 individui l’anno, 52 pazienti presentavano negativizzazione dell’HbsAg, per un tasso annuo dello 0,31% e un tasso complessivo del’1,2%. Predittori di negativizzazione sierica erano l’etnia non asiatica (hazard ratio 2,8, p=0,02), il sesso maschile (HR 2.1, p=0.03) e l’età superiore a 45 anni (HR 1.8, p=0,04).

I pazienti con livelli basali di HBV nel DNA cellulare al di sopra di 10.000 UI/mL avevano un 50% di probabilità di eliminare il virus rispetto ai pazienti con bassi livelli di HBV DNA. Non c’è stata alcuna significativa differenza nella negativizzazione nell’11% dei pazienti che avevano ricevuto il trattamento e il resto dei partecipanti allo studio.

È probabile che i pazienti asiatici hanno tempi più lunghi per eliminare il virus rispetto agli occidentali, evidenza che può essere spiegata con il fatto che i primi acquisiscono l’infezione da neonati o nella primissima infanzia, cosa che non si verifica mai negli Stati Uniti, poiché i bambini nati da madri con infezione da epatite B ricevono immunoglobuline per eliminare il rischio infettivo. I pazienti statunitensi, di solito, contraggono il virus dell’epatite B nell’adolescenza da giovani adulti, quando il loro sistema immunitario è più maturo ed in grado di combattere l’infezione. Inoltre, gli occidentali hanno maggiori probabilità di essere infettati con il genotipo A dell’epatite, che risponde più facilmente al trattamento.

“Attualmente l’interferone è la terapia più efficace per l’infezione cronica da epatite B, ma il farmaco è usato molto raramente negli Stati Uniti – ha detto il dottor Nguyen – dove i trattamenti di prima linea sono costituiti dai farmaci entecavir orale e tenofovir, che sono meno efficaci dell’interferone ma presentano minori effetti collaterali. Sono, dunque, urgenti nuovi trattamenti, questa dell’epatite B è un’area di ricerca molto attiva, e speriamo che cresca rapidamente”.

 

Fonte: Alimentary Pharmacology and Therapeutics

Anne Harding

(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science) 

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