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Elettroni: nuova bussola per gli interventi chirurgici radioguidati

Radiazioni β al posto delle gamma, ovvero elettroni al posto dei fotoni. È questa l’importante variante della nuova tecnica di chirurgia oncologica radioguidata messa a punto da un gruppo di ricercatori italiani e pubblicata sul The Journal of Nuclear Medicine.

Lo studio riguarda la sensibilità della metodica applicata ad alcuni tipi di tumore: meningiomi ( tumori cerebrali che originano dalle meningi) e gliomi (tumori che interessano il sistema nervoso). La valutazione per questi casi clinici è stata positiva per cui, una volta ottenute le ultime approvazioni, i ricercatori potranno procedere con test preclinici su campioni bioptici ottenuti dalla resezione di meningiomi.

Di cosa si tratta?

La chirurgia oncologica radioguidata mira all’individuazione di residui tumorali microscopici, non visibili alle comuni tecniche chirurgiche.
Si procede iniettando un radiofarmaco, ovvero un preparato radioattivo con elevata affinità per le cellule tumorali, si attende che esso venga metabolizzato e poi, durante l’intervento chirurgico per l’asporto del tumore, si utilizza una sonda in grado di rivelarne la distribuzione nell’organismo, indicando la presenza di eventuali residui tumorali.

Raggi gamma: pro e contro

Fino ad oggi sono stati utilizzati radiofarmaci ad emissione di raggi gamma, ovvero fotoni, caratterizzati da un elevato potere penetrante. Questi, se da un lato consentono di identificare le cellule tumorali da asportare contestualmente all’intervento chirurgico, dall’altro presentano una serie di limitazioni.
A causa dell’elevato potere penetrante, se c’è un organo captante in prossimità del tumore, si genera un segnale che oscura quello proveniente dalle cellule tumorali, impedendone la localizzazione. Motivo per cui questo tipo di tecnica non può essere utilizzata per la resezione di tumori cerebrali (data l’alta captazione del tessuto cerebrale sano), dell’addome ( reni, vescica e fegato) e pediatrici (dove tutte le dimensioni sono ridotte).
Senza contare che il personale medico è obbligato a tenere le attività del radiofarmaco molto basse, per evitare di essere investito da importanti dosi di radiazioni.

Raggi β : il futuro

Per ovviare a questi problemi, il team di Riccardo Faccini, professore all’ Università La Sapienza associato all’INFN ( Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), in collaborazione con il centro Fermi, l’Istituto Neurologico Carlo Besta e lo IEO ( Istituto Europeo di Oncologia) ha messo a punto una tecnica che utilizza radiofarmaci ad emissione di raggi β .
Il potere penetrante è sicuramente ridotto rispetto a quello dei fotoni, e questo – spiega Faccini – bypassa il problema legato alla contaminazione da parte di organi sani captanti e limita fortemente il rischio radioattivo per il personale medico. Due vantaggi importanti che riguardano il paziente e l’equipe coinvolta nell’intervento.

La bassa capacità penetrante degli elettroni (meno di un centimetro nel corpo umano) a differenza dei fotoni, fa sì che anche la radiazione emessa non riesca ad uscire dal paziente e non possa essere misurata. Per questa ragione nelle tecniche radiodiagnostiche classiche come la PET e la scintigrafia, non si adoperano raggi β . L’ambiente operatorio rende invece possibile questo utilizzo poiché i tessuti sono accessibili al chirurgo che può facilmente rilevare il segnale emesso dagli elettroni.

L’impiego di questi raggi, sperimentato con successo in questo studio preliminare interamente made in Italy, potrebbe, in un futuro non troppo lontano, essere utile nel caso di tumori cerebrali, addominali e, in generale, nei tumori pediatrici.

 

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