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Demenza: per evitarla bisogna partire dall’infanzia

Oltre un terzo dei casi di demenza sarebbe evitabile ma per farlo occorrerebbe seguire piccole regole già dall’infanzia. Buone notizie arrivano anche per chi è già malato: in 5-10 anni si renderanno disponibili farmaci in grado di modificare il decorso della malattia rallentando la perdita delle funzioni cognitive, ma non è tutto; nel prossimo futuro, inoltre, sarà possibile fare a tappeto su tutti gli adulti un test (semplice come un prelievo di sangue) per prevedere chi è destinato a ammalarsi di Alzheimer. Il promettente scenario ha preso forma alla Conferenza dell’Alzheimer’s Association International.

Tantissime le ricerche presentate, da studi che dimostrano la possibilità di scoprire l’Alzheimer anche decenni prima che compaiano i sintomi, a studi che dimostrano la connessione tra Alzheimer e disturbi del sonno, fino a un’analisi di tutti i farmaci attualmente in sperimentazione clinica con relative proiezioni di quando arriveranno sul mercato. “Si tratta di lavori interessanti – spiega Michele Vendruscolo dell’Università di Cambridge – orientati sempre più nella direzione di prevenire il più possibile nuovi casi di malattia, anche se ci vorranno almeno altri 10 anni prima di arrivare a veri e propri farmaci preventivi”.

Circa 47 milioni di persone soffrono oggi di demenza nel mondo, numero destinato a salire fino a 66 milioni entro il 2030 e a toccare la vetta dei 115 milioni nel 2050. Una commissione di esperti ha però sottolineato che modificando gli stili di vita e in particolare concentrandosi su nove fattori si può evitare oltre un terzo dei nuovi casi, anche senza nessun intervento farmacologico. Si tratta in primis di crearsi sin da piccoli una ‘riserva cognitiva’ che proteggerà poi il cervello dal declino per tutta l’età anziana. Per farlo bisogna privilegiare lo studio e raggiungere un elevato livello di istruzione. Si tratta poi di contrastare obesità, ipertensione, fumo e sedentarietà. Anche la depressione e l’isolamento sociale sono nemici del cervello, quindi un ruolo preventivo importante è rivestito dallo stare insieme agli altri e combattere i disturbi depressivi.

Si è ormai compreso che l’Alzheimer comincia a danneggiare il cervello anche decenni prima della comparsa dei sintomi e che quindi bisogna agire per tempo contro la malattia. Per questo sta assumendo importanza la ricerca di un test per la diagnosi presintomatica. Va in questa direzione un ‘prototipo’ di test del sangue sviluppato presso la Washington University a St. Louis, che mostra la possibilità di prevedere la malattia misurando la concentrazione plasmatica di alcune molecole. “Secondo me – spiega Vendruscolo – ci vorranno almeno 5-10 anni per un test simile che si baserà però su diverse molecole. Sono già vari i biomarcatori possibili da usare scoperti finora, ma i tempi per validare un simile test del sangue sono necessariamente lunghi”. Un test diagnostico semplice e low cost come un prelievo è ipotizzabile che verrà prescritto di routine a tutti gli over-65enni; “io addirittura penso che sarà necessario fare un test a tutti gli over-40”, continua.

Sono poi attese nuove terapie: un’analisi presentata a Londra parla di 27 farmaci in fase avanzata di sperimentazione e otto in fase intermedia: alcuni di questi potrebbero essere approvati e lanciati sul mercato nel giro di 5 anni. “Sono molto ottimista che tra 5-10 anni avremo le prime terapie in grado di modificare il decorso della malattia – sottolinea Vendruscolo. Per i farmaci preventivi veri e propri la strada sarà un po’ più lunga, perché i trial clinici devono partire da condizioni pre-sintomatiche in soggetti a rischio e durare almeno 3-5 anni per aspettare l’eventuale manifestarsi della malattia”.

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