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Da un antidepressivo una speranza di cura per la sindrome di Rett

Potrebbe arrivare dalla mirtazapina, un farmaco attualmente impiegato come antidepressivo, una terapia per la sindrome di Rett. La sindrome di Rett, che viene inserita tra i disturbi dello spettro autistico e le malattie del cosiddetto ritardo mentale, colpisce in media una bambina su 10000, ed è generalmente dovuta ad un gene difettoso del cromosoma X, il gene che codifica la proteina MeCP2. Gli individui malati risultano sprovvisti di tale proteina, e questo comporta una serie di disturbi cognitivi, muscolari, e respiratori che compaiono intorno ai 18-24 mesi di vita. I problemi più gravi sono naturalmente quelli respiratori, perché mettono in serio pericolo la sopravvivenza di queste bambine. Attualmente, non esiste una terapia per la sindrome di Rett. Tuttavia, il team del professor Enrico Tongiorgi, dell’università di Trieste, ha recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature uno studio che dimostra la possibilità di far regredire almeno i sintomi più gravi di questa malattia utilizzando il farmaco mirtazapina.

alzheimerPerché la sindrome può essere reversibile? Il professor Tongiorgi ci ha spiegato che nella sindrome di Rett “i dendriti e gli assoni hanno una atrofizzazione, abbiamo dimostrato anni fa che non riescono a crescere, si fermano ad uno stadio immaturo. Ed abbiamo visto che dopo due settimane con il farmaco le ramificazioni dei dendriti erano molto vicine come dimensioni a quelle del normale sviluppo. Non è una malattia cosiddetta neurodegenerativa, dove i neuroni vanno incontro a morte, è una malattia in cui si ha un blocco dello sviluppo ma i neuroni sono ancora lì”. Il team dell’università di Trieste ha sperimentato il farmaco su un modello animale: “i ricercatori”, ci dice Tongiorgi “hanno sviluppato dei topi che portano una delle mutazioni riscontrate nelle bambine affette dalla sindrome di Rett, questi topolini hanno alcuni dei sintomi che troviamo negli esseri umani. E la cosa più sorprendente, scoperta negli Stati Uniti dalla professoressa Huda Zoghbi, è che facendo produrre di nuovo questa proteina mancante anche nel topo adulto si riesce ad avere una quasi completa remissione dei sintomi principali”. I topi in questione sono quindi “geneticamente modificati” proprio per nascere con questa sindrome: “i topi sono prodotti negli Stati Uniti, hanno questa mutazione, e noi abbiamo stabilito una procedura estremamente poco invasiva e molto rispettosa degli animali”.

Il modello animale è molto fedele alla realtà del corpo umano, con le dovute limitazioni. “È bene sottolineare”, ricorda il professore, “che gli esseri umani non sono topi di 60 kg, ovviamente noi abbiamo delle facoltà superiori come la parola che non riusciamo a riprodurre nel topo. Però certi aspetti di base, come il battito e la respirazione, sono comuni, e soprattutto una cosa che viene perfettamente conservata tra l’animale e l’uomo è l’atrofizzazione neuronale a causa della malattia”. I risultati ottenuti del team di Tongiorgi fanno sperare bene per un eventuale futura applicazione sugli esseri umani: “abbiamo visto che sia il peso complessivo del cervello è tornato a crescere, arrivando ai valori di un topo sano, sia soprattutto la corteccia ritorna ad uno spessore molto simile ai soggetti sani. E con solo due settimane di trattamento, con una dose vicina a quella terapeutica per gli esseri umani. La corteccia è molto importante perché è quella che controlla il movimento del topolino, e noi sappiamo che anche nell’uomo è una delle zone più colpite”. E per quanto riguarda la sicurezza? Uno degli aspetti migliori di questo farmaco è che è in uso da molto tempo, quindi il suo effetto sugli esseri umani è ben noto. “La mirtazapina”, spiega il professore, “è già nelle farmacie da molti anni, anzi adesso esiste addirittura il generico e quindi costa molto poco.

Abbiamo studiato la letteratura, ed è il meglio tollerato a confronto con altri 12 farmaci che sono antidepressivi come questo. È un farmaco molto sicuro”. La speranza che la mirtazapina possa effettivamente risolvere almeno i problemi più gravi causati dalla sindrome di Rett, salvando la vita delle bambine che sono affette dalla malattia, anima gli sforzi dei ricercatori, che intendono continuare gli studi al riguardo. “Vogliamo raccogliere ulteriori dati a sostegno degli effetti di questo farmaco per essere veramente sicuri”, conclude il professore, “non solo su animali ma anche su colture cellulari per capire il meccanismo di azione del farmaco. E soprattutto vogliamo sapere quali siano gli effetti di un trattamento a lunga durata, in modo da costruire il fascicolo che ci permetterà di ottenere l’autorizzazione per un test clinico su delle bambine. Sono stato contattato da ospedali sia in Italia che in Francia e Germania, che vogliono fare questa sperimentazione”.

Di seguito l’intervista integrale al professor Enrico Tongiorgi dell’università di Trieste, con i dettagli dello studio:

 

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