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Coronavirus. Epidemiologo Greco: “Ce la caveremo, non è una speranza ma una certezza”

La pandemia da un punto di vista sanitario, scientifico, sociale, economico e politico sta creando difficoltà e sopratutto sta generando molta confusione. Le misure adottate vengono contestate: non si sa se facciamo troppi tamponi o troppo pochi; se le misure italiane siano l’esempio da seguire per gli altri Paesi oppure no; se bisogna o non bisogna chiudere le frontiere degli Stati. Inoltre, i dati quotidiani e le stime sulla mortalità possono essere fuorvianti se non vengono correttamente analizzati. È normale, siamo nel bel mezzo di una crisi sotto molti punti di vista inedita e un giudizio più lucido potrà emergere quando tutto sarà finito. Possiamo però provare a chiarire e analizzare alcuni punti.

Ne abbiamo parlato con l’epidemiologo Donato Greco, già direttore della Direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, dopo essere stato a capo del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute dell’Istituto superiore di sanità (Iss). Greco mette prima di tutto in guardia dal “pericolo di concentrarsi sulle oscillazioni tra un giorno e l’altro, in termini di aumento di casi e mortalità, poiché gli eventi biologici, come la diffusione di un virus, presentano una varianza molto alta. Occorre osservare le tendenze nel corso di periodi di tempo più lunghi”.

Abbiamo provato a farlo partendo dai dati pubblicati da Worldometers e abbiamo osservato in primo luogo che dal 4 marzo, momento in cui il numero dei nuovi casi giornalieri nel mondo coincideva quasi con quello delle persone che guarivano (circa 2.300), ad oggi. Il numero dei pazienti guariti è rimasto lo stesso, mentre il numero di nuovi casi è aumentato di circa 1.000 al giorno (arrivando quasi a 13.000).

“In Italia e in altri paesi del mondo siamo in piena fase ascendente di questa epidemia che sta conquistando i naturali spazi di ogni virus respiratorio nuovo”, osserva Greco.

Percorrendo i passi dell’Italia
L’obiettivo, in questa situazione, non è tanto sconfiggere il virus, commenta l’esperto, quanto rallentare questa dinamica: “Stiamo cercando di diluire l’impatto del virus nel tempo per evitare di sovraccaricare i servizi sanitari, nel frattempo però le infezioni proseguono”. L’Italia è il secondo Paese per numero totale di casi confermati al mondo, e gli altri Stati europei e non solo, hanno gli occhi puntati su di noi: “I governi stanno osservando se gli sforzi dell’Italia rallentano l’epidemia, diluendo l’infezione nel tempo e dando agli ospedali un po’ di respiro”, scriveva tra gli altri The Economist il 12 marzo.

Tutti i paesi si trovano probabilmente in punti diversi di una stessa linea temporale, come osservava lo scrittore e fisico Paolo Giordano in un editoriale del Corriere della Sera la settimana scorsa. Ricordiamoci che le ordinanze italiane sono state emanate quando i casi confermati erano 4.636 e i morti 197. Non stupisce che anche altri Stati esitino ad adottare misure così severe e aspettino di trovarsi in una situazione di vera difficoltà. “C’è un equilibrio molto delicato tra i costi sociali ed economici. Pagheremo pesantemente le misure adottate in Italia”, commenta ancora Greco.

La Francia, con una decina di giorni di ritardo, sta ripercorrendo i passi dell’Italia. Il 6 gennaio il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, esortava le persone a non cambiare il loro stile di vita, il 14 marzo sono stati chiusi ristoranti, bar, cinema e discoteche e, nota Le Monde, “il Capo di stato si appresta a confinare ognuno nelle proprie case, come è stato fatto in Italia o in Spagna”. In Francia il 15 marzo i casi erano 5.423, i morti 127.

La Gran Bretagna si trova ancora più “indietro”, in una fase precedente del suo focolaio di COVID-19: al 15 marzo erano stati confermati  798 casi, 10 i morti. Gli scienziati temono, riporta sempre The Economist, che l’introduzione di misure restrittive ora potrebbe portare ad una difficoltà ad aderire a queste indicazioni proprio nel momento più critico dell’epidemia. D’altra parte, proprio dall’Inghilterra provengono pronostici infausti sul possibile impatto della pandemia. The Guardian riporta i dati di un memorandum riservato delle autorità sanitarie britanniche secondo il quale l’epidemia di coronavirus nel Regno Unito durerà fino alla primavera del 2021 e potrebbe portare al ricovero di 7,9 milioni di persone e 318mila morti.

“I modelli matematici non tengono conto dell’esperienza di Cina e Corea”
Un altro articolo dell’Economist parla della possibilità che un quinto della popolazione americana si ammali il che, con un tasso di mortalità dello 0,5%, porterebbe a 327mila morti.  “Londra è la cattedrale dell’epidemiologia mondiale, l’hanno praticamente inventata loro”, sottolinea Greco. Il centro di analisi delle malattie infettive dell’Imperial College ha proposto in un rapporto vari scenari su come potrebbe evolvere l’epidemia. “Sono modelli matematici che però non tengono conto di quello che abbiamo già osservato in altri paesi che si trovano alla fine dell’esperienza. Non ci sono stati 300mila morti in Cina (che pure conta quasi un miliardo e mezzo di abitanti) o nella Corea del Sud”, nota Greco.

In questa nostra linea temporale, i primi che sono passati attraverso l’epidemia sono i cinesi. Il numero di nuovi casi in Cina è arrivato praticamente a zero; ciò nonostante, nessun Paese può dichiararsi vincitore finché il virus si diffonde a livello globale. È significativo notare che, nonostante questo, proprio i cinesi si mostrino sfavorevoli alla chiusura delle frontiere che sta diventando la scelta di molti Paesi europei. “La lotta globale contro il coronavirus ha dimostrato che solo attraverso la cooperazione transfrontaliera, la condivisione di informazioni, risorse e altri strumenti, i paesi di tutto il mondo possono far fronte alla sfida globale”, osserva un articolo del Global Times.

D’altra parte, ha aggiunto Greco commentando la scelta di diversi Paesi europei di chiudere le frontiere, “non è questa la raccomandazione dell’Organizzazione mondiale della sanità”. L’esperto sottolinea proprio come “in questo periodo a tutti i livelli, individuale, politico e nazionale, si stanno adottando dei comportamenti che vanno oltre le raccomandazioni, e che sono inutili, come ad esempio l’uso di mascherine da parte delle persone sane”.

La mortalità è aumentata quando il virus ha attaccato “i Paesi più anziani”
Torniamo all’Italia, dove di persone con le mascherine in giro per i supermercati se ne vedono parecchie. Anche se siamo diventati il laboratorio del mondo, nel momento in cui l’Europa è l’epicentro della pandemia, c’è molta incertezza sulla nostra capacità di gestire l’emergenza.

Il numero di casi gravi e la mortalità è più elevata rispetto a molti altri Paesi. Secondo alcuni perché effettuiamo pochi tamponi, secondo altri perché ne effettuiamo troppi. Per quanto riguarda la mortalità bisogna considerare, come osserva The Economist, che “le morti sono aumentate ancora più rapidamente quando il virus, che è sproporzionatamente letale per gli anziani, ha attaccato la popolazione più anziana d’Europa”. Abbiamo una popolazione tra le più vecchie del mondo, non paragonabile alla Cina per esempio, inoltre il 92% delle morti  per coronavirus in Italia ha una concausa.

“È vero che ci sono dei decessi preoccupanti sotto i 60 anni, dovuti anche al fatto che questo virus non si ferma alla gola come gli altri virus respiratori, ma ha un tropismo preferito per i polmoni, raggiunge i bronchi, i bronchioli e gli alveoli e provoca la polmonite primaria, una bruttissima malattia”, spiega Greco che sottolinea però che nel nostro Paese non si verificano al momento decessi al di sotto dei 30 anni.

Ce la caveremo, è una certezza
Secondo Greco comunque non si arriverà a dover fare scelte di cui si è spesso sentito parlare, come decidere chi lasciar morire e chi no. “Non siamo in guerra”, precisa l’epidemiologo, “disponiamo di un sistema sanitario nazionale e se non ci saranno più posti in una Regione i malati potranno essere spostati”.

Il virus sta avanzando molto velocemente in alcune zone italiane e lentamente in altre e secondo Greco “il focolaio lombardo-veneto-piemontese potrà raggiungere un numero di infezioni tanto alto da far diminuire la probabilità di nuove infezioni”, e se le misure in atto funzionano “in un mese ce la caviamo”.

Ovviamente anche queste sono supposizioni, bisognerà aspettare e osservare. Ciò che “possiamo dire con certezza è che il sistema sta reagendo in maniera molto forte e la speranza di cavarsela non è solo una visione romantica, ma appunto una certezza”, conclude Donato Greco.

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