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Cardiochirurgia. Meno trasfusioni per migliorare outcome e ridurre costi

Migliorare gli outcome clinici, prevenire la trasfusione evitabile e ridurre i costi di gestione, in particolare quando si parla di interventi di cardiochirurgia. Sono questi gli obiettivi al centro di “Bsave”, un progetto formativo di approfondimento e aggiornamento scientifico sul Patient Blood Management e sulle più moderne tecnologie di controllo del sanguinamento in fase operatoria e post operatoria. L’evento si è svolto a Padova il 4 e 5 giugno ed è stato organizzato dalla Business Unit Advanced Surgery di Baxter in partnership con la Società italiana di cardiochirurgia (Sicch).

“In questi anni si è visto che il sangue, se trasfuso in grandi quantità durante interventi di cardiochirurgia, può essere dannoso per il paziente”, ha spiegato Francesco Musumeci, presidente Sicch. Ottimizzare le condizioni del paziente prima dell’intervento, utilizzare agenti emostatici nella fase intraoperatoria e gestire il paziente nel post operatorio, riducendo complicanze e degenza ospedaliera e assicurando livelli di sopravvivenza più alti. Sono questi i tre pilastri del Patient Blood Management (Pbm), strategia approvata con una risoluzione dall’Oms nel 2010 che vuole predisporre “metodi e strumenti innovativi e più efficaci per garantire l’appropriatezza della gestione, organizzativa e clinica, della risorsa sangue”. Una direttiva portata avanti, anche in Italia, dal Centro Nazionale Sangue (Istituto Superiore di Sanità) con la campagna di informazione e comunicazione “Only One: una trasfusione, una decisione clinica indipendente”.

Patient Blood Management
Gli interventi di cardiochirurgia in Italia utilizzano per trasfusioni tra il 10 e il 15% del plasma nazionale. Il tasso di sanguinamento dei pazienti durante un intervento di cardiochirurgia è di circa il 20%. Da alcuni studi statunitensi ed europei, si stima che la spesa di un ospedale, legata alle trasfusioni per i pazienti chirurgici, oscilli tra i 2 e i 7 milioni di euro.

“Dal punto di vista tecnologico e clinico il Pbm non è un progetto complicato, ma richiede un’organizzazione abbastanza articolata, soprattutto perché prevede la collaborazione di specialità diverse”, sottolinea Stefania Vaglio del Centro nazionale del sangue, che anticipa: “Abbiamo proposto di inserire nei Lea un indicatore che riguarda proprio il Patient Blood Management, in particolare l’individuazione dell’esperto di emostasi e trombosi per il ruolo chiave che riveste questa figura nell’ambito dell’anemia clinic”.

L’Istituto superiore di sanità ha implementato alcune linee guida che devono ora essere recepite dalle Regioni e che si traducono in percorsi dedicati all’interno delle singole aziende sanitarie per ottimizzare uso di sangue e emoderivati. “Importantissime sono giornate come oggi, dedicate alla formazione del personale sanitario, a cui andrebbero affiancate attività di auditing, per valutare se le strategie implementate portano risultati concreti, e di benchmarking, per far sì che i risultati di una singola realtà si confrontino con i centri di riferimento”, ha evidenziato Musumeci, che è anche Direttore Cardiochirurgia e Centro Regionale Trapianti dell’Ospedale San Camillo di Roma.

Valutazione costo-efficacia
In occasione dell’incontro di Padova, è stato presentato il primo studio di valutazione farmaco economica (Hta) “Valutazione dell’utilizzo di Floseal, una matrice emostatica di gelatina di origine bovina e trombina di origine umana, in chirurgia cardiaca e spinale”, realizzato da Marco Marchetti, direttore del Centro nazionale di Hta del’Iss, con un contributo non condizionato di Baxter.

Floseal è appunto una matrice emostatica a base di granuli di gelatina brevettati e trombina umana ad alte concentrazioni. Una volta applicato nella zona del sanguinamento, i granuli si rigonfiano e in una decina di minuti arrestano l’emorragia. L’utilizzo di Floseal in chirurgia cardiaca e spinale è stato valutato in tutte le dimensioni dal punto di vista dell’efficacia, sicurezza e degli aspetti organizzativi ed economici, comparandolo con le alternative attualmente in uso. I risultati hanno dimostrato come questa matrice emostatica negli interventi di cardiochirurgia comporti una diminuzione dei costi per l’ente sanitario rispetto agli altri agenti emostatici. “I risultati emersi si ottengono solo con un utilizzo appropriato, sia dal punto di vista clinico sia da quello organizzativo”, ha sottolineato Marchetti.

Gli studi
Secondo la letteratura scientifica, e in particolare lo studio “Real-World Outcomes of Hemostatic Matrices in Cardiac Surgery” pubblicato sulla rivista Journal of CardioThoracic and Vascular Anesthesia (JCVA), maggior qualità, sicurezza, efficacia significano spesso anche risparmio. Quest’analisi, unica al mondo per numerosità del campione (più di 300.000 pazienti esaminati) evidenzia come l’utilizzo della matrice emostatica a base di granuli di gelatina brevettati e trombina umana ad alte concentrazioni, sia determinante nell’abbassare significativamente i rischi nei quali può incorrere un paziente durante l’intervento e anche in fase post-operatoria, determinando, in ultima analisi, un considerevole risparmio per il Servizio Sanitario, legato alla riduzione delle complicanze maggiori e minori, al numero di unità di plasma trasfuso e alle giornate di degenza.

Questo studio, in realtà, si affianca ad una precedente pubblicazione, secondo cui “chi più spende meno spende”. Per la prima volta è stato messo a confronto l’utilizzo di emostatici da un punto di vista economico. I dati, che si basano su uno studio italiano, hanno dimostrato che un ospedale statunitense che effettua 600 interventi cardiochirurgici all’anno, potrebbe risparmiare fino a 5.4 milioni di dollari in costi legati a complicanze e consumo di risorse sanitarie utilizzando prodotti di eccellenza (in questo caso la matrice emostatica della multinazionale statunitense) rispetto alle altre esistenti in commercio.

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