IMPACT FACTOR – Malattia di Anderson-Fabry: il trattamento

 

La malattia di Anderson-Fabry è una rara patologia genetica, multiorgano, lisosomiale, dovuta a mutazioni che portano alla carenza totale o parziale dell’enzima alfa galattosidasi, con conseguente accumulo di lipidi in eccesso nelle pareti dei vasi sanguigni e in altri tessuti. È caratterizzata principalmente da segni neurologici, renali e cardiovascolari.

Ne abbiamo parlato con la professoressa Francesca Carubbi del Centro Malattie Rare Lisosomiali di Modena e il dottor Renzo Mignani del Dipartimento di Nefrologia e Dialisi, dell’Ospedale degli Infermi di Rimini, in occasione di un evento online realizzato grazie al supporto non condizionante di Sanofi Genzyme, dal titolo Il trattamento della malattia di Anderson-Fabry”. La puntata fa parte del ciclo di incontri Impact Factor, un format LIVE di Popular Science creato con l’obiettivo di raccontare le novità dal mondo della letteratura scientifica e dei congressi.

La terapia enzimatica sostitutiva
Grazie alla terapia enzimatica sostitutiva è possibile sopperire alla carenza dell’enzima deficitario: “da oltre 15 anni trattiamo la patologia con la terapia enzimatica sostitutiva” che, come spiega la professoressa Carubbi, consiste nell’iniettare nelle vene del paziente l’enzima alfa galattosidasi funzionante ogni due settimane. “Con tale terapia infusionale si raggiungono dei risultati che fin ora nessun’ altra terapia ha permesso di ottenere e gli effetti collaterali sono molto ridotti”, aggiunge. “L’unico vero problema è la formazione di anticorpi contro questa proteina o le reazioni allergiche, ma negli anni abbiamo imparato a gestire entrambe le complicanze”.

Con il farmaco si mira a raggiungere “un rallentamento della progressione, una stabilizzazione, un miglioramento della malattia” ma anche a “ridurre la perdita di filtrato glomerulare, la cardiopatia, evitare le aritmie e lo scompenso cardiaco”. Per il raggiungimento di questi obiettivi a lungo termine l’aderenza alla terapia è fondamentale. Nel breve periodo, invece, è importante anche “ridurre i dolori addominali, le acroparestesie, la neuropatia periferica: tutti sintomi che impattano sulla qualità della vita”.

Al momento in Italia abbiamo a disposizione due terapie enzimatiche sostitutive: l’agalsidasi alfa e l’agalsidasi beta. E presentano delle differenze: sono delle molecole diverse, sviluppate in modo diverso, con tempi di infusione diversi, ma presentano anche un’efficacia differente, aggiunge la Prof.ssa Carubbi. “Per questa ragione vanno somministrate in centri esperti di questa patologia, perché come tutte le malattie cronico-progressive, bisogna valutare globalmente il paziente”.

Dosaggio e tempi di somministrazione
Per garantire una maggiore efficacia, precisa il dott. Mignani, il farmaco viene somministrato al massimo dosaggio consentito. Attualmente l’agalsidasi beta si somministra per 4 ore e 40 minuti. “Insieme a un gruppo di esperti italiani stiamo conducendo uno studio per valutare quanto sia possibile ridurre questo tempo senza che si verifichino effetti collaterali o la formazione di anticorpi”, aggiunge. I primi dati dimostrano che si può arrivare a circa 2 ore.

Per quanto riguarda l’età in cui iniziare il trattamento il dott. Mignani spiega: “quando si è di fronte a una forma classica della malattia, associata a mutazioni severe dove non c’è attività enzimatica, l’avvio deve essere il più precoce possibile, la terapia deve iniziare subito dopo la diagnosi”. E aggiunge che è molto importante identificare il prima possibile la patologia poiché questa progredisce provocando danni irreversibili: con una diagnosi precoce è possibile ridurre il danno dell’organo. “Diverso è il discorso nelle varianti tardive, che colpiscono il soggetto adulto o anziano”. In questi casi la terapia deve iniziare quando compaiono i sintomi.

 

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