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Calabrese, non criminalizzare i singoli alimenti

Il discorso integrale del professor Giorgio Calabrese, unico rappresentante europero, all’evento su Malattie non trasmissibili e cattiva alimentazione” svoltosi al Palazzo dell’ONU a New York lo scorso 19 giugno.

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Tra i temi di questo incontro, in primo piano c’è la mobilitazione di risorse per combattere le malattie non trasmissibili. Non è tuttavia precisato verso cosa debba orientarsi questa mobilitazione. A mio parere, qualunque decisione, in particolare l’allocazione di risorse economiche, va presa esclusivamente sulla base di criteri scientifici. Il mondo accademico può e deve fornire dati universalmente riconosciuti come validi per definire i parametri clinici per superare le attuali controversie. Le pubblicazioni scientifiche su cui si basano le politiche sulla salute dovrebbero essere riconosciute come le più autorevoli e affidabili.

Relativamente all’obesità, il mainstream dei nutrizionisti è concorde: è un problema che deriva da diversi fattori, i più importanti dei quali sono la genetica, l’eccesso di calorie ingerite e la mancanza di moto. Negli ultimi anni, tuttavia, si sta diffondendo un approccio che non appare affatto scientifico, cioè quello di criminalizzare singoli alimenti, come i grassi, i sali o gli zuccheri senza considerare che esistono tecniche culinarie capaci di ridurre la qualità nutrizionale di ogni alimento. Di conseguenza, occorrerebbe concentrarsi sull’educazione del consumatore e su una corretta informazione nutrizionale.

Nel global report sulle malattie non trasmissibili del 2011, per esempio, l’attività fisica figurava al pari delle diete tra i possibili rimedi contro l’obesità. Ora invece noto che la tendenza è quella di puntare sull’aspetto legislativo, sull’idea di mettere nuove tasse, bollini rossi, o addirittura warnings come quelli che campeggiano sui pacchetti di sigarette, per certificare l’insalubrità di un alimento, mentre a mio parere occorrerebbe dedicare maggiore attenzione all’attività fisica. E qualunque nutrizionista onesto e competente può testimoniare che proprio l’attività fisica è il primo rimedio contro l’obesità. Inoltre, l’utilizzo della legge o della leva fiscale per imporre determinati comportamenti alla popolazione, deresponsabilizza il consumatore, che viene così facilmente fuorviato, se non addirittura manipolato.

Faccio alcuni esempi. Negli ultimi quindici anni abbiamo assistito a un costante abbassamento dei parametri che definiscono i confini tra l’essere considerati sani o malati. È accaduto con la pressione sanguigna ottimale (abbassata da 90-140 a 80-120), la glicemia (da 150 a 126), il colesterolo (da 250 a 220, con addirittura pressioni per portarla a 200 o a 180). Negli ultimi anni e’ accaduto con l’indice di massa corporea. Milioni di persone una mattina si svegliarono scoprendo di essere «a rischio»: la soglia di BMI (Indice di massa corporea) per essere considerati sovrappeso era stata infatti modificata da 27,8 per gli uomini e 27,3 per le donne a 25 per entrambi i sessi. Così, quello che magari per molti non costituiva neanche un problema, o al massimo rappresentava solo un piccolo handicap dal punto di vista sociale, è passato alla sfera sanitaria. Il problema della validità dei dati scientifici è emerso anche recentemente con la raccomandazione sul consumo giornaliero di zuccheri in rapporto alle calorie, portato nel 2004 dal 25% al 10: l’Oms quest’anno ha proposto un’ulteriore riduzione al 5%, benché lo stesso segretariato dell’Oms abbia onestamente riconosciuto che la qualità della valenza scientifica di tale proposta è «bassa» o «molto bassa». Sono perfettamente consapevole, come tutti, che esista un serio problema di obesità nel mondo, ma bisogna stare attenti ad affrontarlo nel modo più scientificamente corretto. Considerare l’obesità moderata alla stregua di una malattia, salvo in quei casi gravissimi che vanno ben oltre il 30 di BMI, non ha alcun fondamento scientifico.

La scienza suggerirebbe di investire in grandi programmi di educazione fisica, in particolare nelle scuole, ma anche nei luoghi di lavoro, per favorire non solo la prevenzione  dell’obesità ma anche una serie di effetti positivi propri dell’attività sportiva. Invece ora si punta a creare nuove categorie di malati, abbassando le soglie per essere considerati «sani» così che milioni di persone sentano il peso di una malattia che non esiste. Una persona con l’indice di massa corporea di 27 non ha nessun reale problema che necessiti di cure. Eppure ora è considerato sovrappeso e tendente all’obesità.

Non ci dovremmo chiedere quali interessi siano dietro determinate richieste, a mio avviso irresponsabili? Per esempio trattare la moderata obesità come una malattia, deresponsabilizza il consumatore, che in questo modo viene privato della propria libertà di scelta. Al contrario, al consumatore vanno dati i giusti strumenti di interpretazione. In particolare l’informazione che non diventerà obeso perché mangia questo o quell’alimento nefasto, ma casomai perché non assume uno stile di vita sano, che si può avere solo attraverso una dieta ricca e variata, l’astensione dagli eccessi e soprattutto una costante, anche se limitata, attività fisica. Invito quindi a stare attenti a non cedere al panico creato dalla disinformazione. L’obesità moderata non è una malattia, è un fattore di rischio da prevenire. Certo, i casi gravi necessitano di cure. Tuttavia, se vogliamo realmente indurre le popolazioni del pianeta a condurre una vita più sana, investiamo affinché giovani e adulti siano incentivati a svolgere attività fisica e diamo ai consumatori i giusti strumenti di valutazione. Imporre loro per legge scelte e comportamenti, non solo è profondamente  illiberale ma è anche profondamente scorretto dal punto di vista della valenza scientifica. In sostanza, occorre assicurarsi che nel nostro approccio al problema seguiamo i seguenti passi:

1. Che lo stile di vita sia il primo punto di riferimento

2. Che per un corretto stile di vita venga messa al centro l’attività fisica

3. Respingere ogni decisione non basata su evidenza scientifica

4. Incoraggiare l’educazione alimentare così che i consumatori diventino protagonisti attivi di uno stile di vita sano.

Prof. Giorgio Calabrese
Ph.D. h.c. Docente di Dietetica e Nutrizione Umana
Membro Ministero Salute Comitato Nazionale Sicurezza Alimentare (C.n.s.a.)
Universita’ degli Studi Federico II – Napoli

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