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Antibiotici: se non fosse necessario portare a termine la prescrizione?

L’affermazione è rischiosa e manda direttamente in un labirinto di spine: “portare a termine un ciclo di antibiotici come prescritto non serve, anzi”. L’asserzione che va contro a quella che è la prassi per quanto riguarda il buon uso degli antibiotici per evitare di sviluppare resistenze è di Martin Llewelyn e colleghi della Brighton and Sussex Medical School. Non ci sarebbero infatti, secondo quanto scrivono gli autori dell’articolo apparso sul British Medical Journal (BMJ), sufficienti evidenze scientifiche su cui fondare la raccomandazione clinica per cui è necessario portare a termine l’intero ciclo di antibiotici prescritto dal medico. Anzi, secondo Llewelyn potrebbe addirittura essere vero il contrario, e cioè potrebbe essere più sano per il singolo e per la comunità interrompere la terapia prima del termine della prescrizione, non appena i sintomi dell’infezione sono scomparsi.

Inoltre, sempre secondo la lettera sul BMJ, aumentano le evidenze scientifiche secondo cui sarebbero più sicuri cicli brevi di terapia (3 giorni) che non cicli lunghi come oggi spesso è prescritto (5-7 giorni o multipli di questi). La raccomandazione del medico curante che sicuramente ognuno si sarà riportato a casa insieme con una ricetta per antibiotici è quella di finire la cura anche se a metà del ciclo si avverte un miglioramento. Il monito è che terapie interrotte possono causare l’insorgenza di resistenze.

Ma da dove nasce nasce l’idea di continuare il trattamento anche quando i sintomi sono spariti? Secondo gli autori del commento si tratta di una convinzione che risale a tempi antichi, quando erano in corso i primi esperimenti per dimostrare l’efficacia della penicillina. Trattare i pazienti con dosi insufficienti di farmaco (all’epoca difficile da produrre in grandi quantità) poteva provocare il ritorno dell’infezione al termine del trattamento, creando l’idea che fosse necessaria una terapia prolungata per garantirne l’efficacia. Lo stesso Alexander Fleming, il padre della penicillina, si spese per raccomandare un utilizzo prolungato del farmaco, per evitare – avrebbe raccontato durante il suo discorso di accettazione del premio Nobel – l’insorgere di resistenze e la diffusione di pericolosi batteri immuni alla penicillina.

Eppure quando Llewelyn è andato alla ricerca delle motivazioni che storicamente hanno portato a radicare nella pratica clinica questa raccomandazione, e di cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità si fa promotrice, ha avuto difficoltà a trovarne. Poche evidenze scientifiche la corroborano, anzi studi recenti – ad esempio uno del 2010 pubblicato sempre sul BMJ e basato sull’analisi di migliaia di pazienti con infezioni del tratto urinario e respiratorio – sempre più spesso dimostrano il contrario e cioè che terapie di 1-2 settimane danno luogo più spesso a infezioni  e antibiotico-resistenti nei pazienti cui sono prescritte.

Ma allora qual è il motivo di questa raccomandazione che gli autori dell’articolo definiscono desueta? La risposta di Llewlyn potrebbe sembrare quantomeno provocatoria: probabilmente, afferma, deriva dal fatto che 5-7 giorni sono rispettivamente i numeri delle dita di una mano e dei giorni di una settimana. Il futuro delle terapie antibiotiche, spiegano gli autori dell’articolo, sarà quello di ricette personalizzate in base al paziente e in base all’infezione da curare. Ad esempio per infezioni difficili come la tubercolosi di certo serviranno comunque terapie di lunga durata, ma per altre basterà anche la prescrizione per tre giorni. L’argomento è ostico e questa teoria, in totale controtendenza rispetto all’attuale pratica, è destinata a riaccendere il dibattito.

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