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Alzheimer: tanti esami diagnostici ma nessuna cura risolutiva

Da semplici test del sangue a esami della retina e altri tessuti fino a esami di imaging come risonanza e pet. Sono tante le possibilità diagnostiche per individuare precocemente la malattia di Alzheimer, che rappresenta ormai la forma più diffusa di demenza senile, ma una cura ancora non c’è.

A portare l’attenzione sul problema è Stefano Cappa, direttore scientifico dell’IRCSS San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia che spiega in occasione della 24/ima giornata mondiale Alzheimer che si celebra il 21 settembre: la reale applicabilità di questo pacchetto dipenderà dalla disponibilità di farmaci contro la malattia”, farmaci ad oggi ancora non disponibili.

I numeri della demenza
Sono oltre un milione gli italiani che soffrono di una qualche demenza (circa 600 mila soffrono di morbo di Alzheimer) e a causa dell’invecchiamento del Bel Paese si avrà un aumento dei casi del 50% nei prossimi 20 anni e un raddoppio dei casi entro il 2050. Si stima che l’aspettativa di vita di un paziente con demenza sia in media dimezzata rispetto all’aspettativa di un coetaneo sano, spiega Antonio Guaita, direttore della Fondazione Golgi Cenci presso Abbiategrasso, domani tra i relatori del convegno sulle demenze che si terrà a Milano promosso dalla Federazione Alzheimer Italia.

Inoltre, sono circa 3 milioni le persone direttamente o indirettamente coinvolte nell’assistenza ai loro cari con demenza. I soli costi annuali diretti per ciascun paziente vengono, in diversi studi europei, stimati in cifre variabili da 9000 a 16000 Euro a seconda dello stadio di malattia. Stime sui costi socio-sanitari delle demenze in Italia ipotizzano cifre complessive pari a circa 10-12 miliardi di euro annui, e di questi 6 miliardi per la sola malattia di Alzheimer.

Un set di esami
E’ ormai sempre più chiaro che non basterà un solo esame per fare la diagnosi precoce di Alzheimer, spiega Cappa. Si punterà a un set di esami: del sangue (per cercare molecole presenti solo nel plasma di chi è destinato ad ammalarsi anche 10-20 anni dopo), o della retina e di altri tessuti alla ricerca di anomalie predittive, fino a un software, il cui prototipo è stato messo a punto all’Università di Bari, in grado di predirla guardando le immagini fornite dalla risonanza del cervello di un individuo. A chi ha un rischio certo di malattia (perché con malati in famiglia) saranno proposti esami quali la tomografia (PET, più costosa e non utilizzabile sulla popolazione generale) e l’esame del liquido cerebro-spinale (invasivo).

Ma niente cura

Si tratta di cifre significative, sottolinea Stefano Govoni dell’università di Pavia, soprattutto se si pensa che ad oggi ancora non disponiamo di terapie risolutive. “In questo momento – rileva l’esperto – gli anticorpi contro il peptide beta amiloide (primo indiziato tra i presunti colpevoli dell’Alzheimer) che sono stati oggetto di tanti studi clinici a mio modo di vedere non hanno raggiunto esiti clinici apprezzabili e i benefici per i pazienti, sin qui osservati, sono davvero molto modesti”.

Per arrivare a dei farmaci veramente efficaci – spiega Cappa – è probabilmente essenziale un cambio di paradigma perché l’Alzheimer va visto come un problema di natura complessa e multifattoriale, con un ruolo importante di processi infiammatori, problemi vascolari, condizioni sociali, livello di istruzione e stili di vita, oltre che di fattori molecolari (l’accumulo di beta-amiloide nel cervello) su cui si lavora da tempo”.

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