Alzheimer e diabete: sempre più evidenze sul legame

Sono sempre di più gli studi e le evidenze che mettono in relazione, e ne confermano il legame, Alzheimer e diabete. Uno di questi, condotto alla Georgetown University di Washington, ha preso in esame 125 pazienti con Alzheimer precoce, sottoposti a un test di tolleranza al glucosio a digiuno e poi ritestati due ore dopo aver mangiato per verificare l’aumento di zuccheri nel sangue: ne è emerso che il 30% presentava pre-diabete e il 13% diabete.

Gli studi
“Questo risultato suggerisce che dovremmo testare per il diabete tutti i nostri pazienti con Alzheimer precoce”, spiega Scott Turner, direttore del Georgetown University Medical Centre’s Memory Disorders Programm. A evidenziare il legame tra le due malattie anche uno studio apparso sul Journal of Clinical Investigation che ha mostrato come la glicemia alta possa far aumentare rapidamente i livelli di beta-amiloide, il cui accumulo innesca l’Alzheimer.

I ricercatori della Washington University di St. Louis hanno sottoposto topi con Alzheimer a infusioni di glucosio: in quelli senza malattia il raddoppio dei livelli della glicemia portava a un aumento dei livelli di beta-amiloide nel cervello del 20%, mentre nei topi anziani che già avevano sviluppato placche cerebrali, l’aumento era del 40%. I picchi glicemici, secondo i ricercatori, hanno portato a un aumento dell’attivita’ neuronale, che ha a sua volta promosso la produzione di beta-amiloide.

Uno dei più recenti studi sul tema, pubblicato su Scientific Report, ha evidenziato il legame molecolare specifico tra glucosio e morbo di Alzheimer. Studiando campioni di cervello di persone con e senza Alzheimer, ricercatori della University of Bath, nel Regno Unito, hanno scoperto che, nelle prime fasi del morbo un enzima chiamato MIF (fattore inibitorio della migrazione dei macrofagi) è danneggiato da un processo chimico chiamato glicazione, particolarmente favorito dal diabete. E che proprio la riduzione dell’attività MIF potrebbe essere il “punto di non ritorno” nella progressione della malattia di Alzheimer.

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