Il trattamento con un defibrillatore impiantabile (ICD) non migliora la sopravvivenza nei pazienti con insufficienza cardiaca con ridotta frazione di eiezione e nefropatie croniche, ma incrementa il rischio di ricoveri ospedalieri a 3 anni. Lo dimostra uno studio condotto su 5.877 pazienti da Nisha Bansal dell’università di Washington.
Lo studio è in accordo con alcune ricerche ed in contrasto con altre nel mettere in dubbio se gli ICD nella prevenzione primaria prolunghino la sopravvivenza in questi pazienti, che potrebbero essere in condizioni troppo scadenti per beneficiarne a causa dei concomitanti rischi associati alle comorbidità ed alle complicazioni correlate allo stesso ICD.
E’ possibile che le complicazioni correlate al dispositivo stesso, come le infezioni, abbiano contribuito all’incremento dei ricoveri nella popolazione particolarmente vulnerabile affetta da nefropatie croniche.
Altri studi hanno escluso un beneficio in termini di sopravvivenza con gli ICD in questi pazienti, ed anzi i dispositivi sono risultati significativi fattori di rischio di mortalità, ma anche prima che gli ICD divenissero una terapia consolidata, ossia nella fase in cui uno studio del genere sarebbe stato più praticabile, pochi hanno paragonato gli ICD al loro mancato impianto nei pazienti con nefropatie croniche.
Il presente studio comparativo potrebbe essere il più ampio del suo genere in letteratura, ed i dati sono abbastanza recenti da tenere conto dei cambiamenti del trattamento dell’insufficienza cardiaca.
Secondo gli esperti, sono necessarie discussioni multidisciplinari fra cardiologi e nefrologi per comprendere se queste conclusioni dovranno essere implementate nella pratica clinica o se la comunità necessiti ancora di altri dati. (JAMA intern Med online 2018, pubblicato il 5/2 doi:10.1001/jamainternmed.2017.8462)



