Un anno fa – era il 27 agosto 2018 – l’Ema, l’Agenzia regolatoria europea, ha approvato la terapia con cellule Car-T. Una vera e propria rivoluzione che permette di riprogrammare alcune cellule del paziente (i linfociti T), in modo da renderle capaci, una volta reinfuse, di riconoscere e bersagliare i tumori. Fra tutti i pazienti eleggibili alla terapia, la percentuale di guarigione è pari al 40-50%. Al momento in Italia è in corso la negoziazione Aifa per la rimborsabilità dei due farmaci disponibili. L’auspicio degli esperti è che la terapia possa essere disponibile in Italia anche entro la fine dell’anno.
Lunedì 24 giugno il gotha dell’ematologia italiana, con i massimi esperti di questa innovativa terapia, si è riunito a Milano, in occasione del “1° Italian workshop on Car T-cell Therapy”. All’evento ha preso parte anche Carl June, direttore del Center for Cellular Immunotherapies dell’Università della Pennsylvania e pioniere delle Car-T Cells. L’incontro ha visto riunite tutte le società scientifiche operanti nel settore: Sie (Società Italiana Ematologia), Sies (Società Italiana di Ematologia Sperimentale), Aieop (Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica), Gitmo (Gruppo Italiano per il Trapianto di Midollo Osseo, cellule staminali emopoietiche e terapia cellulare) e Fil (Fondazione Italiana linfomi).
La terapia CAR-T (Chimeric Antigen Receptor T-cell) rappresenta una strategia immunoterapica di ultimissima generazione che utilizza particolari globuli bianchi, i linfociti T, ingegnerizzati per attivare il sistema immunitario. “Questa teoria rivoluzionaria utilizza un farmaco vivente che sono cellule stesse del paziente”, ha detto Paolo Corradini, Presidente Società Italiana di Ematologia e Direttore della Divisione di Ematologia della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. “I linfociti T del paziente vengono prelevati e successivamente geneticamente modificati in laboratorio in modo da renderli capaci di riconoscere le cellule tumorali: quando vengono restituiti al paziente entrano nel circolo sanguigno e sono in grado di riconoscere le cellule tumorali e di eliminarle attraverso l’attivazione della risposta immunitaria”, ha proseguito. “Ciò che è davvero rivoluzionario nel caso delle Car-T cell è che contrariamente a tanti nuovi farmaci, in alcuni settori di applicazione hanno l’intento di guarire e abbiamo pazienti in remissione completa dopo 5 anni. Quindi, con un unico trattamento, la CAR-T sono riuscite a guarire un paziente che non aveva altre alternative terapeutiche”, ha specificato Corradini.
La terapia con Car-T cell è dunque destinata a chi ha fallito i trattamenti convenzionali. Nello specifico, FDA ed EMA hanno approvato l’uso delle CAR-T “nei pazienti fino ai 25 anni con leucemia linfoblastica acuta a differenziazione B cellulare (Lla-Bcp) in seconda ricaduta di malattia o con malattia refrattaria ai trattamenti convenzionali o in prima ricaduta post trapianto emopoietico e nei pazienti adulti affetti da linfomi diffusi a grandi cellule B e da linfomi primitivi del mediastino a grandi cellule B refrattari o resistenti a due o più linee di terapia sistemica”, ha spiegato Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità e direttore del dipartimento di Onco-ematologia pediatrica, terapia cellulare e genica dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.
“Stanno poi emergendo dei dati di significativo interesse anche per quel che riguarda il mieloma multiplo, patologia tipica del soggetto adulto anziano, come anche nell’ambito delle leucemie linfatiche croniche. Quindi – ha proseguito Locatelli – aldilà delle indicazioni consolidate ve ne sono altre che ragionevolmente potrebbero essere autorizzate nei prossimi mesi, per non parlare poi dell’ambito dei tumori solidi come per esempio il carcinoma della prostata”.
Si tratta perciò di un approccio terapeutico destinato solo a pazienti selezionati: “In Italia i pazienti potenziali con linfoma potrebbero essere 300-400 all’anno ed al momento è solo disponibile l’uso compassionevole di una delle due Car-T che consente di trattare un paziente al mese presso la Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori di Milano”, ha ricordato Corradini. A questi numeri si aggiungono circa 40 bambini con leucemia linfoblastica acuta che potrebbero beneficiare della terapia.
In uno studio condotto all’Ospedale Bambino Gesù di Roma basato sull’impiego delle cellule Car-T nelle Lla-Bcp e nei linfomi a cellule B, “la terapia ha mostrato una risposta decisamente favorevole nei 15 pazienti trattati con percentuali di ottenimento della remissione di malattia superiori all’80% – ha illustrato Locatelli – Anche i primi dati di risposta iniziale nei bambini con neuroblastoma sono promettenti e inducono largamente a proseguire sulla strada intrapresa”.
La terapia, tuttavia, non è priva di rischi. “I possibili effetti collaterali osservati sono la sindrome da rilascio citochinico e gli effetti avversi neurologici – ha evidenziato Corradini – La sindrome da rilascio citochinico è legata all’attività delle Car-T e può presentarsi in circa il 25% dei pazienti con febbre molto alta, abbassamento della pressione, difficoltà respiratorie e insufficienza renale”. La mortalità di questo trattamento è circa del 5%. Per questo è fondamentale muoversi tempestivamente ai primi segni di sviluppo di questa complicanza e con le terapie appropriate (farmaci corticosteroidei o anticorpi che bloccano le citochine coinvolte nella fisiopatologia di questa condizione).
“È fondamentale che la terapia con cellule Car-T venga eseguita in Centri selezionati ad alta qualificazione e con esperienza specifica – ha evidenziato Locatelli – e svolta da team multidisciplinari in grado non solo di ingegnerizzare correttamente le cellule, ma anche di cogliere subito i sintomi degli effetti collaterali e di gestire di conseguenza i pazienti. La neurotossicità in rarissimi casi occorsi in soggetti adulti è risultata essere anche fatale”. L’identificazione dei Centri, che in Italia saranno 20, spetta alle istituzioni sanitarie. I due esperti hanno sottolineato l’importanza di partire il prima possibile con alcuni centri attivi a livello italiano, che possano maturare la curva d’apprendimento necessaria per operare al meglio e per diventare punti di riferimento per quelli che seguiranno. “In questo, purtroppo, un Sistema sanitario basato sulle autonomie regionali non aiuta”, ha concluso Corradini.


