Un’aspirina al giorno non toglie la demenza di torno

Un regime giornaliero a base di aspirina a basse dosi non ha alcun impatto nella prevenzione dei lievi difetti cognitivi (MCI), del declino cognitivo o della demenza, come emerge da un’indagine condotto sui dati di monitoraggio dello studio ASPREE, che ha coinvolto 19.114 persone, in base al quale l’aspirina non dovrebbe essere prescritta solamente sulla base dei suoi possibili benefici cognitivi, in quanto non vi sono evidenze a supporto di ciò né del fatto che essa possa ridurre il rischio di morbo di Alzheimer, come affermato dall’autrice Joanna Ryan della Monash University di Melbourne.

I dati di alcuni studi osservazionali precedenti avevano indicato che l’uso di aspirina potesse essere associato ad una riduzione del rischio di demenza, ma i risultati di questi studi devono essere considerati con cautela, dato che molti altri fattori potrebbero aiutare a spiegare quanto osservato.

Dato che l’infiammazione svolge un ruolo importante nel morbo di Alzheimer, i ricercatori speravano che l’aspirina potesse ridurne il rischio, ma anche nel presente studio il periodo di monitoraggio limitato potrebbe costituire una limitazione.

Dato che la demenza impiega anni a svilupparsi, è possibile che lo studio ASPREE non sia durato abbastanza  da dimostrare i possibili benefici dell’aspirina, e quindi i ricercatori continueranno a monitorarne i partecipanti nei prossimi anni per verificare eventuali effetti a lungo termine, ed hanno in programma anche l’indagine di nuove opzioni per interventi precoci per la riduzione del rischio di demenza o per il ritardo della sua insorgenza, come ad esempio gli interventi per la riduzione dello stress e le statine.

Quanto riscontrato finora comunque è in linea con i risultati dello studio ASPREE, che primariamente non aveva dimostrato alcun beneficio dell’uso di aspirina su mortalità, demenza o disabilità fisica persistente.

Probabilmente dunque gli eventuali effetti dell’aspirina, se presenti, dovrebbero essere molto lievi, ma esiste anche la possibilità che i fattori di rischio sensibili all’aspirina siano presenti in una fase più precoce rispetto a quelle esaminate, come ad esempio nella mezza età.

Dato inoltre che i principali benefici sono stati osservati nei pazienti con patologie cardiovascolari o cerebrovascolari, i risultati dello studio potrebbero essere legati al basso carico patologico della popolazione esaminata. (Neurology online 2020, pubblicato il 25/3 DOI: https://doi.org/10.1212/WNL.0000000000009277)

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