La chirurgia bariatrica riduce non soltanto l’incidenza dei tumori in generale nelle donne obese, come precedentemente riportato, ma anche il rischio di tumori tipicamente femminili: essa è associata in particolare ad una riduzione dei tumori endometriali.
Secondo Asa Anveden dell’università di Goteborg, autore dello studio SOS che ha preso in esame 1.420 pazienti, l’obesità rappresenta un importante fattore di rischio tumorale, ed è associata ad un incremento della mortalità oncologica ed a tumori più avanzati, ma la chirurgia bariatrica comporta una riduzione del rischio non soltanto dei tumori endometriali, ma anche di quelli mammari, ovarici e di tutte le altre neoplasie ginecologiche.
Questa associazione è degna di nota in quanto i tumori ginecologici costituiscono circa la metà di tutte le neoplasie osservate nello studio, e sono comuni nella popolazione obesa. Per questa ragione la chirurgia bariatrica potrebbe essere maggiormente efficace nei pazienti ad alto rischio, laddove potrebbe potenzialmente ridurre il rischio di sviluppare tumori connessi all’obesità e fornire ai pazienti anche benefici non oncologici.
Il presente studio si unisce a quanto precedentemente riportato nell’ambito della stessa casistica, secondo cui la perdita di peso associata alla chirurgia bariatrica sia connessa ad una riduzione dei tassi di molteplici esiti negativi per la salute, fra cui mortalità complessiva, diabete, ictus, infarto miocardico, fibrillazione atriale e gotta.
Tuttavia, lo stesso studio rivela che questi pazienti vengono ricoverati più di frequente, e fanno uso maggiore delle risorse sanitarie sia ambulatoriali che ospedaliere, specialmente nei primi sei anni dopo l’intervento. Per quanto questi costi vengano parzialmente compensati dalla riduzione dei costi dei medicinali fra il settimo ed il ventesimo anno dopo l’intervento, rimane poco chiaro se essi siano accompagnati da miglioramenti nella mortalità oncologica o nella qualità della vita, che risulta statisticamente simile fra i pazienti operati e quelli trattati non chirurgicamente a distanza di 10 anni. (Gynecol Oncol. 2017; 145: 224-9 e 219-20)


