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Deposito nucleare, ecco la guida tecnica dell’Ispra

Passo avanti per il Deposito nazionale nucleare destinato ad accogliere circa 90mila metri cubi di rifiuti radioattivi da smaltire. Attesa dall’anno scorso, è stata pubblicata dall’Ispra la ‘Guida tecnica’ che contiene 15 criteri di esclusione delle aree su cui potrà essere costruito il deposito all’interno di un Parco tecnologico. 

Nella Guida, l’Istituto Superiore per la Protezione e la ricerca ambientale, che dipende dal ministero dell’Ambiente, dice no ad aree vulcaniche attive o quiescenti, a località che si trovano a 700 metri sul livello del mare o ad una distanza inferiore a 5 chilometri dalla costa; sono escluse le aree a sismicità elevata, a rischio frane o inondazioni e le ‘fasce fluviali’, dove c’è una pendenza maggiore del 10%, escluse le aree naturali protette, che non siano ad adeguata distanza dai centri abitati, quelle a distanza inferiore di un chilometro da autostrade e strade extraurbane principali e ferrovie. 

A questi criteri che conducono, per esclusione, ad aree ‘potenzialmente idonee’ se ne aggiungono ulteriori 13, per uno screening ancora più stretto, nel rispetto delle rigide raccomandazioni emanate dagli organismi internazionali. In sostanza, individuate in una Carta le aree potenzialmente idonee, ci saranno successive indagini a livello regionale e valutazioni socio economiche. I dati tecnici, spiega l’Ispra, contribuiscono a definire la documentazione da allegare all’istanza per il rilascio dell’autorizzazione alla realizzazione del deposito (previsto dalla Direttiva europea 2011/70 Euratom recepita recentemente dall’Italia). 

Nel febbraio scorso l’Ispra aveva concluso la consultazione con tutti i ‘centri tecnici’ dello Stato (dal Cnr all’Enea all’Istituto nazionale di fisica nucleare) e con la Sogin, la societa’ dello Stato incaricata dello smantellamento delle ex centrali e della gestione dei rifiuti radioattivi. La Sogin si candida alla costruzione del deposito e alla gestione dei rifiuti avendo un know how consolidato visto che l’Italia e’ stato fra i primi Paesi ad aver fatto decommissioning nucleare. Un vantaggio competitivo in un mercato che nei prossimi venti anni si stima valga 600 miliardi di euro. 

Questa volta si punta a massima trasparenza, attenzione per l’ambiente e consultazione con tutte le parti in causa per non ripetere il caos di proteste di Scanzano Jonico, il comune della Basilicata che nel 2003 fu indicato dal Governo come deposito nazionale, salvo fare marcia indietro. Il deposito nazionale viene indicato come una esigenza per il Paese, un’infrastruttura ambientale, in grado di raccogliere per i prossimi 200-300 anni rifiuti nucleari di bassa e media intensita’, un’occasione per fare prevenzione. 

Parchi nazionali ci sono in Andalusia (Spagna) e nella Champagne (Francia) – dove e’ raccolto un milione di metri cubi di rifiuti radioattivi rispetto ai nostri 90 mila distribuiti in 23 siti – mentre in Svezia l’area per il deposito se la sono addirittura contesa. Insomma, un’opportunita’ anche per la popolazione locale perche’ l’area avra’ un indennizzo, una sorta di ‘canone d’affitto’ per l’occupazione del suolo, ma anche perche’ e’ previsto un Parco tecnologico con eccellenze scientifiche.

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