Pnrr. Una riforma che va ben oltre il “mattone”. Le riflessioni a Camerae Sanitatis

Di Pnrr si parla da mesi, eppure i dubbi da sciogliere sono ancora tanti. Come è emerso nel corso dell’ultima puntata di Camerae Sanitatis, il primo format editoriale multimediale nato dalla collaborazione tra l’Intergruppo parlamentare Scienza & Salute e SICS editore. L’ultimo appuntamento di Camerae Sanitatis ha voluto, in particolare, confrontarsi sul tema della gestione del paziente con patologie croniche alla luce dei nuovi modelli di assistenza territoriale proposti, tra Pnrr e DM71, telemedicina, assistenza domiciliare e istituzione delle Case di Comunità.

A discuterne, nel corso del confronto moderato da Ester Margò (Quotidiano Sanità) e realizzato con il contributo non condizionante di Galapagos Biopharma Italia, sono stati l’On. Angela Ianaro, presidente dell’Intergruppo Parlamentare Scienza&Salute, la sen. Paola Boldrini, vice presidente della XII commissione Igiene e sanità del Senato e presidente dell’Intergruppo parlamentare sulla Cronicità; Tiziana Frittelli, presidente Federsanità e direttore generale dell’Ao San Giovanni Addolorata di Roma; Gennaro Volpe, presidente CARD Società Scientifica dei ServiziTerritoriali e direttore generale della Asl di Benevento; Salvo Leone, presidente di EFCCA (Federazione europea delle associazioni nazionali che si occupano di Malattie Infiammatorie Croniche dell’intestino) e direttore generale di Amici Onlus; e Alberto Avaltroni, VP Country Head Galapagos Biopharma Italia.

Ad aprire il dibattito, come di consueto, l’onorevole Angela Ianaro, secondo la quale, “dopo le fragilità del sistema emerse nel corso della pandemia, affrontare il tema delle cronicità, dell’assistenza territoriale e della presa in carico del paziente era diventato necessario e improcrastinabile”. Il Pnrr, per Ianaro, è “uno strumento importante” ma “non è l’unica possibile risposta alla riorganizzazione necessaria del nostro Ssn e adottare un approccio One Health”. Uno dei rischi che corriamo, in questa fase di riforma, secondo la presidente dell’Intergruppo Scienza e Salute, è di prestare “una grandissima attenzione alla riorganizzazione delle strutture, lasciando però pericolosamente da parte la riforma dei processi”. Il richiamo principale di Ianaro è al tema dell’omogeneità delle cure sul territorio, “un grande problema denunciato da tempo e da ogni parte”, ma soprattutto la questione della “formazione”, elemento chiave per ogni riforma efficace e che, in questa percorso di cambiamento, “dovrebbe essere meglio dettagliato e definito”. Tuttavia, se è vero che un incremento del personale può non essere funzionale come dovrebbe in assenza della giusta formazione, per Ianaro è sicuramente vero che “è necessario un nuovo apporto di personale”.

Per la senatrice Paola Boldrini, le norme che si approvano “dovrebbero applicare anche dell’operatività delle stesse”. C’è però lo spazio per importanti interventi e il “Pnrr – ha evidenziato Boldrini – non è qualcosa che nasce dal nulla. È uno strumento importante che richiama al Piano nazionale per le cronicità e ha una delle basi su questo Piano, che contiene azioni importanti da cui partire e che però vanno portate a compimento”. Questo significa anche, ha evidenziato la senatrice, “porre la massima attenzione affinché l’applicazione del Pnrr e del Piano cronicità, così come del DM71 per lo sviluppo dell’assistenza sul territorio, sia applicato in modo uniforme, perché la difformità regionale che oggi sentiamo denunciare in ogni occasione è palese e sbagliata”. Per Boldrini serve dunque un monitoraggio, “ma che sia davvero atteso a cioè che accade nelle Regioni e anche nelle Asl, perché spesso è a livello aziendale che si creano i corto circuiti”.

Secondo Boldrini un ulteriore passo da compiere sarà quello sui Distretti, “dobbiamo capirne bene la governance”. Dunque, ha osservato la senatrice, “è evidente che sono tante le problematiche da risolvere per far sì che i fondi messi a disposizione siano ben usati. Dobbiamo rendere strutturali le buone pratiche e serve personale sanitario formato adeguatamente sui servizi”. La pandemia, ha concluso Boldrini, “ha permesso di avviare grandi cambiamenti e fare strada anche a cose su cui prima c’erano ritrosie. Adesso è il momento di accelerare e creare le condizioni affinché il Pnrr, a partire dal 2026, possa camminare con le proprie gambe”

Tiziana Frittelli fa sapere che le Aziende sanitarie e ospedaliere “non sono ancora completamente pronte” a traghettare il Ssn nel futuro, ma “sono in cammino per rendere questo obiettivo realtà”. La presidente di Federsanità, comunque, ha le idee chiare: “Va fatto un grande lavoro e in modo corale”. Questo significa che “ognuno deve fare la sua parte, ma con una visione complessiva e garantendo uniformità, o non ci sarà alcun salto di qualità nell’assistenza”.

Per Frittelli la prima condizione, però, deve essere avere “una chiara e corretta cornice normativa”, ad esempio sul Distretto che, per la presidente di Federsanità, “per la gestione della sanità disegnata dalla missione 6 del Pnrr, dovrà essere molto diverso da come lo conosciamo”.

C’è poi bisogno di risorse umane ma “non basterà reclamare più personale”, ha avvisato Fritelli. “Servirà formazione” e anche “una riorganizzazione, perché le prospettive delle finanziare future ci dicono già che non riusciremo ad assumere tanto personale quanto servirebbe per essere in linea con gli standard del Pnrr”. Per la presidente di Federsanità su questo dovrà intervenire anche il nuovo DM70, “che porterà sicuramente modifiche rispetto all’attuale sistema attuale ospedalocentrico, spostando risorse sul territorio secondo quanto richiesto dal DM 71”. E poi “un maggiore coinvolgimento dei medici in formazione nelle attività della rete ospedaliera, esperienza già fatta durante l’emergenza Covid”.

Bisogna anche intervenire sui profili formativi, “con una laurea professionalizzante che ci consenta di avere professionisti con lo Skill Mix necessario a realizzare un sistema efficace e sostenibile”. Così come rafforzare quei “timidi” interventi pensati dal Governo per “premiare maggiormente chi lavora nelle aree interne e provinciali o chi lavora nei dipartimenti di emergenza”, che a parere della presidente di Federsanità Anci “sono ancora troppo modesti”. Per Frittelli, infine, serve anche una forte capacità di coordinamento a livello regionale, ma anche centrale. “Durante la pandemia ha funzionato e se ne sono visti i riluttai. Quindi ben venga una direzione generale anche sul Pnrr. Anche perché sarebbe impossibile acquisire tutte le attrezzature e le opere necessarie senza un accentramento delle procedure per le gare”.

La parola è quindi passata a Gennaro Volpe, che in merito ai Distretti ha chiarito come esistano “ormai da tempo, solo che si di essi non sia è mai veramente investito, sia in termini di risolse umane che finanziarie”. Il Distretto, per il presidente della Card, “è ora obbligato a funzionare e a fare quel salto di qualità che noi stessi attendiamo da tempo”. Questo perché “il Distretto è al centro di tutte le attività previste dal nuovo modello di sanità”, in “forte rapporto con l’ospedale”. La parte più delicata del suo ruolo, ha evidenziato Volpe, “è quello della dimissione dall’ospedale e la presa in carico a livello territoriale. È evidente che questo processo può funzionare solo se c’è sintonia tra territorio ed ospedale. Ai Distretti spetterà la regia di questo processo, che troverà un punto di riferimento chiave nella Centrale Operativa Territoriale”.

“Il Covid ci ha dato ragione”, ha poi detto Volpe evidenziando l’importanza di una sanità territoriale forte, in grado di una presa in carico completa e in ogni zona del paese, anche la più interna. “Curare a domicilio è fondamentale, sfruttando anche le potenzialità della telemedicina”. Ma l’assistenza non riguarda solo la cura della malattia. “L’impegno del Distretto – ha detto il presidente della Card – andrà nella direzione di integrare sanità e sociale”.

A guidare i Distretti sarà, ovviamente, il Direttore di Distretto. Per questa figura Volpe immagina una formazione manageriale più completa e omogenea. “Per questo abbiamo lanciato l’idea di un albo dei Direttori di Distretti che garantisca la presenza di specifici requisiti e quindi competenze da tradurre in azioni in ogni parte d’Italia”.

Per Salvo Leone “la pandemia ha fatto emergere le fragilità del nostro sistema sanitario nazionale e l’arte di arrangiarsi delle persone e dei professionisti della salute che hanno risposto in maniera encomiabile a un’emergenza planetaria. Adesso si tratta di decidere se mettere a regime l’arte di arrangiarsi o far tesoro della lezione del Covid per provare a cambiare, valorizzando la nostra Sanità e quello che siamo in grado di fare. La direzione scelta sembra essere la seconda, ma per passare dalle parole ai fatti bisogna anzitutto recuperare la fiducia nella scienza, nella sanità, e anche nella politica”.

Per il presidente di EFCCA, il percorso di cambiamento del Ssn deve avvenire anche con il coinvolgimento dei cittadini, non solo perché sono coloro che usufruiscono delle prestazioni. “È giusto responsabilizzare le persone sul valore di quello che gli viene erogato spiegando loro, ad esempio, che quella prestazione per la quale lui paga 30, 40 o 50 di ticket, senza il sistema sanitario nazionale gli costerebbe molto di più”.
Un altro tassello importante dovrà essere, per Leone, “sapere portare l’ospedale il più vicino possibile al domicilio del malato. Oggi una persona, quando malata, anche di una patologia cronica, cerca l’ospedale migliore. Questo spesso significa spostarsi dalla propria area di residenza – ha spiegato il presidente di EFCCA – e questo ha un prezzo non solo in termini di benessere del paziente, ma anche in termini di produttività e costi sociali”. Per Leone “è anacronistico pensare che la casa di comunità possa sostituire lo specialista. Il paziente andrà sempre a cercare lo specialista, per questo è necessario avvicinare lo specialista al territorio”.

Un modo per farlo, secondo Leone, è utilizzare le tecnologie digitali. “Secondo uno studio dell’Ente di Assistenza e Previdenza dei medici nel 2012 il risparmio annuo derivato dall’uso di strumentazione digitale grazie alla deospedalizzazione di pazienti cronici resa possibile dalle tecnologie a supporto della medicina sul territorio e dell’assistenza domiciliare ammonterebbe di circa 3 miliardi di euro di costi diretti. A questo si aggiungerebbe il risparmio dei costi indiretti, senza dimenticare il minore rischio di infezione a cui si espone una persona ogni volta che accede ad un ospedale”.

Per Alberto Avaltroni ogni progetto di riforma del Ssn deve guarda all’obiettivo di “non lasciare indietro nessuno”. Un richiamo, dunque, al diritto alla salute riconosciuto in ogni angolo del Paese. Le aziende private, per Avaltroni, possono contribuire a raggiungere questo obiettivo, perché “realizziamo farmaci, ma lo facciamo allo scopo di aumentare anni di vita delle persone e, soprattutto, di aumentare anni di qualità di vita. È questo secondo aspetto che nel nostro lavoro emerge fortemente”. Non solo, per il country head di Galapagos Biopharma Italia “anche il partenariato pubblico-privato deve potersi ritagliare ruolo in questo contesto di rinnovamento del Ssn”.

“In passato – ha detto Avaltroni – il comparto farmaceutico ha dimostrato di poter condividere gli obiettivo della politica e poter agire insieme per raggiungerli. Durante la pandemia le aziende hanno risposto in modo immediato, con diversi progetti home delivery, alle difficoltà di accesso dei cittadini alle strutture sanitarie. Queste soluzioni di emergenza ora devono diventare strutturali. L’approccio stesso emergenziale deve diventare strutturale”.

L’auspicio del country head di Galapagos Biopharma Italia è, quindi, che “le aziende farmaceutiche possano diventare sempre più un interlocutore – e non solo sostenitore – di progettualità, perché il nostro know how aziendali può rivelarsi molto utile al sistema pubblico”.

La base da cui partire, per Avaltroni, è “un’analisi che consenta una stratificazione dei bisogni di salute”. Essenziale anche pensare in termini di “multidisciplinarietà e prossimità, che significa portare la cura al paziente e non il paziente alla cura”.

Dagli ospiti di Camerae Sanitatis, infine, un corale appello allo snellimento della burocrazia, che non significa porre meno attenzione ai profili di sicurezza e di qualità, bensì ridurre gli step ridondanti e le duplicazioni.

Lucia Conti

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