One Health e oncologia: un nuovo paradigma per la prevenzione integrata

L’oncologia del futuro non può più permettersi di guardare solo al singolo individuo. La prevenzione delle malattie tumorali richiede un cambio di prospettiva che superi la dicotomia tra genetica e stili di vita, per abbracciare una visione olistica e interconnessa della salute. È quanto emerso nel corso della prima puntata di Health Serie, il format di approfondimento di Homnya, interamente dedicato al tema One Health applicato all’oncologia. Ospiti dell’incontro, condotto dalla giornalista Marzia Caposio, Giuseppe Tonini, Direttore Scuola di Specializzazione in Oncologia medica presso il Policlinico Universitario Campus Bio- Medico di Roma, Elisabetta Razzuoli, Responsabile del Centro di Referenza Nazionale per l’Oncologia Veterinaria e Comparata (CEROVEC), Massimo Ciccozzi, Dipartimento di Malattie Infettive Parassitarie ed Immunomediate, Reparto di Epidemiologia, Istituto Superiore di Sanità, Francesco Torino, Direttore Scuola di Specializzazione di Oncologia Medica dell’Università di Roma Tor Vergata e Flavia Vicinanza, Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-medico di Roma, Servizio di Psicologia Clinica

Secondo Giuseppe Tonini One Health è “un concetto molto semplice ma rivoluzionario”, che riconosce la profonda interdipendenza tra la salute dell’uomo, degli animali e dell’ambiente. “In oncologia – ha spiegato – questo significa riconoscere che il rischio di sviluppare un tumore non dipende solo dai nostri geni o dallo stile di vita, ma anche da ciò che respiriamo, mangiamo, dall’acqua che beviamo e dai luoghi in cui viviamo e lavoriamo”. Da qui la necessità di un approccio più ampio che integri dati ambientali e professionali, i cambiamenti climatici e l’uso del suolo, valorizzando ecosistemi e biodiversità.

La visione One Health affonda le radici nei principi di Manhattan del 2004, che già allora invitavano a includere la salute della fauna selvatica nelle politiche sanitarie, a regolare il commercio di animali selvatici e a sviluppare partenariati tra comunità, governi e istituzioni per affrontare le sfide sanitarie globali. Da questi presupposti, ha sottolineato Tonini, derivano anche nuovi modelli operativi: équipe multidisciplinari, prevenzione predittiva e politiche pubbliche orientate alla qualità dell’aria, sicurezza alimentare e regolazione degli inquinanti.

Sul fronte dell’epidemiologia molecolare, Massimo Ciccozzi ha sottolineato come l’approccio One Health imponga di considerare l’interazione tra uomo, ambiente e animali anche rispetto ai patogeni oncogeni. “Penso all’HPV – ha dichiarato – un virus importante che determina tumori come quello della cervice uterina o i tumori testa-collo negli uomini. Eppure, la prevenzione è ancora limitata”. Ciccozzi ha evidenziato come l’interazione tra fattori genetici e ambientali possa incrementare il rischio oncologico, facendo riferimento a studi internazionali (come quello pubblicato su Nature Medicine) che dimostrano l’impatto significativo dell’ambiente sullo sviluppo dei tumori, pur con limiti dovuti alla variabilità nel tempo dei comportamenti e delle esposizioni.

Anche in questo contesto, il tema delle nuove tecnologie gioca un ruolo molto importante; “Combinare dati genetici, clinici e ambientali consente oggi di costruire veri e propri profili di rischio oncologico individuali”, ha spiegato Francesco Torino, sottolineando come l’intelligenza artificiale, tramite machine learning e deep learning, stia già offrendo strumenti per personalizzare screening e interventi preventivi. Una sfida ancora in corso, ma destinata a cambiare il volto della prevenzione oncologica.

Un contributo chiave è arrivato anche dal mondo veterinario. Elisabetta Razzuoli ha illustrato come la sorveglianza sugli animali – in particolare sulla fauna selvatica – possa offrire indicatori precoci di contaminazione ambientale. “In Liguria – ha ricordato – è stato utilizzato il cinghiale come bioindicatore, rilevando una correlazione tra esposizione a metalli pesanti e aumento del tumore mammario sia negli animali da compagnia che, in prospettiva, negli esseri umani”. La mancanza di un registro tumori veterinario nazionale resta però un ostacolo alla piena integrazione dei dati.

Flavia Vicinanza ha portato l’attenzione sugli aspetti comunicativi ed emotivi della prevenzione. “Una corretta comunicazione del rischio non deve generare allarmismo, ma consapevolezza. È importante aiutare i cittadini a sentirsi responsabili della propria salute, promuovendo l’autoefficacia piuttosto che il timore”. Vicinanza ha evidenziato il valore del lavoro in équipe multidisciplinare anche in ambito psicologico, per supportare il paziente non solo sul piano clinico, ma anche su quello biografico, sociale ed emotivo.

Quanto al futuro, Ciccozzi ha rilanciato l’urgenza di potenziare la sorveglianza integrata. “Abbiamo smantellato gli osservatori epidemiologici regionali, che erano fondamentali per unire sorveglianza medica, veterinaria ed epidemiologica. I dati sono essenziali: senza dati non possiamo fare prevenzione, né pianificare strategie territoriali efficaci”. E proprio sui dati si è soffermato anche Torino, che ha ribadito l’importanza di superare i “silos” informativi grazie alla digital health. “Aggregare i dati sanitari, veterinari e ambientali in un unico data lake, tramite l’IA, è la strada per rilevare trend e rischi emergenti”, ha dichiarato, richiamando anche la necessità di standard di interoperabilità, rispetto della privacy e formazione continua degli operatori.

Sul fronte delle buone pratiche, Razzuoli ha citato diversi progetti di oncologia comparata in Italia, come l’utilizzo del nefroblastoma suino per lo studio del tumore di Wilms, o la ricerca sui tumori papillomavirus-associati nel cavallo e nel gatto, estremamente simili a quelli umani. “Gli animali, per via delle loro abitudini più omogenee e dell’assenza di fattori confondenti come fumo o alcol, rappresentano modelli ideali per la ricerca oncologica”.

Serve però rendere One Health un modello concreto. “Dobbiamo portare questo approccio nei programmi di screening, nei percorsi clinici e soprattutto nella scuola”, ha detto Tonini. “Non possiamo più limitarci a prevenire: serve costruire una cultura della salute e del benessere, dall’infanzia alla vecchiaia, integrando dati genetici, clinici, ambientali e occupazionali, promuovendo la formazione e la digitalizzazione e coinvolgendo anche la politica e le istituzioni locali”.

In conclusione, l’auspicio condiviso da tutti i partecipanti è che l’approccio One Health possa davvero diventare un modello operativo per la sanità pubblica, capace di affrontare i determinanti reali del rischio tumorale e costruire strategie di prevenzione più efficaci e sostenibili.

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