Il nuovo volto del Pharma: la rivoluzione delle biotech

Le moderne biotecnologie, affinate ed evolute, rappresentano oggi lo strumento per il raggiungere traguardi di salute fino a qualche anno fa inimmaginabili: permettono di dare cure risolutive a malattie che erano prive di trattamenti efficaci, di offrire terapie personalizzate e diagnosi tempestive.

Non solo. Secondo le stime dell’Ocse, nel 2030 le biotecnologie avranno un peso enorme nell’economia mondiale: 80% dei prodotti farmaceutici, 50% dei prodotti agricoli, 35% dei prodotti chimici e industriali, incidendo complessivamente per il 2,7% del Pil globale. Secondo le stime dell’Unione europea, ogni euro investito nella bioeconomia genererà un valore aggiunto di 10 euro nell’arco dei successivi 10 anni. Non solo, si stima anche che ogni occupato nel settore biotech generi altri 5 occupati nei settori dell’indotto; nei settori tradizionali il rapporto è ridotto, 1 a 1,5. Numeri che confermano le grandi potenzialità di questa tecnologia anche in termini di opportunità economiche, di crescita e di occupazione.

Per comprendere meglio il ruolo e il futuro delle biotecnologie, in occasione della giornata evento per la consegna dei Life Science Excellence Awards 2021 di Sics, hanno approfondita il tema Alberto Avaltroni, country head di Galapagos; Andrea Musilli, country business director di Clovis Oncology; Cinzia Marano, country medical director di Moderna; Marco Sartori, general manager Italy & Balkans di BeiGene.

Per spiegare la forza che spinge il settore, Galapagos, sul suo sito web, parla di “scoprire, osare, prendersi cura”, perché “la ricerca non deve essere mai fine a se stessa. Il suo scopo ultimo non è tanto la terapia in sé, ma i benefici che questa consente di portare ai pazienti e alla società”, ha detto Avaltroni. Che ha evidenziato come obiettivi così ambiziosi non possano essere realizzati se non si decide di osare, “cioè di spingere lo sviluppo della propria ricerca fino al medio e lungo termine, perché è a quel punto che si raccoglieranno i frutti dell’impegno messo nel proprio lavoro”.

Prendersi cura, però, non significa solo aggredire la malattia. Vuol dire fare il possibile per migliorare la vita dei pazienti, questione che dipende da un largo numero di fattori. Per Galapagos prendersi cura vuol dire, quindi, “mettere a disposizione terapie innovative cercando di coprire i bisogni dei pazienti che ancora oggi restano insoddisfatti. Significa mettere davvero al centro i pazienti”. Lo scopo ultimo, ha sintetizzato Avaltroni, “non è allungare gli anni di vita, ma aumentare gli anni di vita in salute”. Dunque avere una visione olistica, che “deve guardare agli outcomes clinici ma anche agli aspetti sociali e psicologici del paziente”.

Le terapie mirate e personalizzate rappresentano un’arma fondamentale per migliorare la cura e la vita dei pazienti. Per trovare il farmaco giusto da dare al paziente giusto, nel momento giusto, la strada maestra è “studiare le malattie in modo così approfondito da riuscire ad identificare dei sottogruppi di pazienti che possano beneficiare di una specifica molecola”. Un farmaco che non può essere utile a tutti i pazienti affetti da una malattia, dunque, può riversarsi efficace per una parte di questi.

Si tratta, però, di un lavoro che richiede un grande lavoro di squadra, ha detto Musilli. Non solo tra i dipendenti di una stessa azienda. “Noi di Clovis – ha spiegato – abbiamo delle partnership con altre aziende che si occupano di diagnostica. Inseguiamo la possibilità di sconfiggere il cancro attraverso la medicina personalizzata. Pensiamo sia questo il futuro del a lotta al cancro: capire la composizione genetica della malattia, individuare il bersaglio e sviluppare terapie target. Per farlo c’è bisogno di far collaborare forze e competenze”. Per il country business director di Clovis Oncology è però necessario che questa nuova frontiera dell’oncologia trovi “un sistema predisposto ad accoglierlo”.

Cinzia Marano ha portato all’attenzione l’esperienza di Moderna, che ha investito in un’unica piattaforma, quella dell’mRNA messaggero, grazie alla quale è stato possibile sviluppare i vaccini per contrastare la pandemia di Covid-19. “Dietro quella che è sembrata una rivoluzione, c’è un lavoro intenso durato oltre 10 anni. Dieci anni in cui i nostri ricercatori hanno studiato come riuscire ad informare il sistema immunitario e consentirgli di rispondere a uno stimolo esterno, quindi all’esposizione a un virus. Questo ha reso possibile il successivo sviluppo di vaccini in tempi record”. Un risultato che è stato possibile ottenere, ha evidenziato la country medical director di Moderna, anche grazie al “coraggio di una azienda biotech si è assunta un rischio di portare avanti questa piattaforma, superando anche il dogma degli studi clinici sequenziali”.

Anche per Marano la collaborazione tra aziende e l’apertura ad esplorare soluzioni sono aspetti fondamentali, “perché ognuno è specializzato in qualcosa, ma si persegue un obiettivo comune”.

Il principio guida, secondo Sartori, è che “il cancro non ha confini e neanche noi vogliamo averne. Per questo ragioniamo su ogni fronte, pensiamo a livello mondiale”. BeiGene, ha evidenziato Sartori, “nasce nel 2010 con l’intento di scoprire nuove trattamenti oncologici e migliorare l’accesso ai pazienti. Investiamo in ricerca, sviluppo ma ci occupiamo anche di commercializzazione”. Una vera rivoluzione quella che ha inseguito e realizzato BeiGene che, partita dalla Cina con CEO americano, si è espansa successivamente negli Usa e oggi ha più di 30 sedi in diversi Paesi del mondo e trial clinici in oltre 45 paesi . Un approccio al lavoro globale, sotto diversi punti di vista, da quello imprenditoriali a quello di salute.

Il segreto delle biotecnologie è nella capacità di prendere di mira solo quello che non funziona nel nostro organismo. Un nuovo modo di fare medicina che potrebbe riassumersi nella frase “less is more”, cioè più si colpisce in modo mirato, migliori saranno i risultati di salute. Ma più che una rivoluzione, per Avaltroni si tratta di una “evoluzione”. Di una nuova fase nel mondo delle terapie che dopo i successi della farmaceutica tradizionale, nel secolo scorso, è ora pronta a fare salto avanti. “Non è soltanto evoluzione in termini scientifici, ma anche nel modo di fare sistema e impresa”, ha sottolineato il country head di Galapagos .

Questo modello ha però bisogno di avere alla base un’organizzazione sempre più “asciutta e snella”, ha spiegato Sartori. “Ma questo – ha precisato – non deve fare pensare che sul piano regolatorio, legale o della compliance le cose siano più semplici. Il nocciolo sta nell’avere competenze molto elevate, nell’avere ben chiare ruoli e responsabilità. E nell’avere, da parte dei vari interlocutori, risposte certe e celeri”.

Lucia Conti

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