Critiche su dati e indicatori Iss. Le risposte dell’Istituto superiore di sanità

Non più verde, bianco, rosso, ma giallo, rosso e arancione. Sono questi i colori che da circa due settimane sono entrati nell’immaginario comune come i colori dell’Italia. Colori che servono a definire il livello di rischio di contagio in cui verte una determinata regione e ai quali sono associati determinati comportamenti. A stabilirli sono 21 indicatori che le Regioni oggi chiedono di rivedere e di portare a cinque totali. Le critiche non investono solo gli indicatori ma anche i dati stessi. A fare chiarezza e a rispondere a tali critiche è l’Istituto superiore di sanità (Iss), in un documento pubblicato sul suo sito e nella conferenza stampa presso il ministero della Salute, alla quale hanno partecipato gli esperti di statistica della Fondazione Kessler di Trento, che collaborano con l’Istituto.

I dati sul monitoraggio sono “aggiornati”, il sistema di valutazione del rischio considera “tutti gli aspetti legati all’epidemia e alla risposta dei sistemi sanitari”, l’indice di contagio Rt è “affidabile anche se non tiene conto degli asintomatici”: queste alcune delle risposte dell’Iss che spiega come la sfida adesso sia comprendere gli effetti delle misure a livello locale.

Uno degli temi più dibattuti è l’indice di contagio Rt, che ovunque in Italia è ancora superiore a 1: vale a dire che una persona positiva può contagiarne più di un’altra. Per l’Iss è “affidabile, anche se non tiene conto degli asintomatici” in quanto questi ultimi costituiscono “una quantità molto instabile nel tempo”, ha spiegato Stefano Merler, della Fondazione Bruno Kessler. “Le stime – ha rilevato – sono tutt’altro che incerte e nelle altre regioni, tranne il Molise, le forchette per Rt non sono grandi”.

Rispetto alla richiesta delle Regioni di utilizzare solo 5 parametri la differenza è grande. La richiesta è di scegliere le misure sulla base della percentuale di tamponi positivi escludendo tutte le attività di screening e re-testing degli stessi soggetti, un Rt calcolato sulla base della sorveglianza integrata Iss, il tasso di occupazione dei posti letto totali di terapia intensiva per pazienti Covid e quello dei posti letto totali per pazienti-Covid oltre alla possibilità di garantire adeguate risorse per contact-tracing, isolamento e quarantena e il numero, tipologia di figure professionali e tempo/persona dedicate in ciascun servizio territoriale al contact-tracing.

Se il fisico Giorgio Parisi, dell’Università Sapienza di Roma, apprezza il metodo con cui viene fatto il calcolo, osserva che “dai report settimanali dell’Iss emerge che l’indice Rt ha una forchetta molto ampia. Non c’è da scandalizzarsi: vuol dire che l’analisi statistica dei dati è  ben fatta, ma se la forchetta è larga la conclusione è che l’indice Rt è molto ampio. Per questo motivo – ha detto il fisico – in questo momento Rt è un indice poco affidabile. Lo era fino a due settimane fa, ma adesso non lo è più “. Inoltre va comunicata l’intera estensione della forchetta, dal valore minimo al massimo: “se viene fatta una comunicazione solo sul valore centrale senza dare il margine di incertezza è una comunicazione che non va bene”.

Un altro punto controverso riguarda le terapie intensive: “il tasso di occupazione delle terapie intensive e delle aree mediche è un indicatore solido, per questo non se ne descrive il flusso in entrata e uscita”, rileva l’Iss. Un punto di vista che non convince Parisi: “non capisco – ha rilevato – perché nei dati non ci siano entrate e uscite dalle terapie intensive”. Quanto all’accesso ai dati più in generale, l’Iss ha osservato che “non tutti i dati disponibili sono pubblicati in un database interrogabile” perché “non tutti i dati sono pubblici e disaggregati per garantire il rispetto delle norme che nel nostro Paese tutelano la privacy e delle ordinanze che disciplinano la sorveglianza epidemiologica”. Per questo, ha aggiunto, sono allo studio “ulteriori format di accesso ai dati nel rispetto della normativa”.

Ma per comprendere quanto sta accadendo i dati sono preziosi e, mentre alcune regioni chiedono una semplificazione, secondo Parisi i 21 indicatori adottati attualmente “sono pochi”. Sarebbe utile, per esempio, sapere quante sono le chiamate ai pronto soccorso e il tempo di attesa delle ambulanze. A livello locale bisognerebbe inoltre fare controlli a campione: “un controllo di qualità dei dati sarebbe importante”. In ottobre, ha aggiunto “la macchina di presa dei dati era buona, ma in certe regioni è ormai stravolta dall’emergenza, il contact tracing è saltato e con questo tante altre cose. Per questo bisogna andare su informazioni più sicure, come terapie intensive e decessi”.

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