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Terapia genica, dopo 24 anni arriva il primo sì dall’Ue

ricercaCi sono voluti 24 anni, ma alla fine il primo intervento europeo di terapia genica per curare il deficit immunitario Ada-Scid, realizzato il 12 marzo 1992 all’ospedale San Raffaele di Milano su un bimbo di 5 anni, è in procinto di diventare un trattamento disponibile in commercio: il Comitato farmaci a uso umano (Chmp) dell’Ema, agenzia europea dei farmaci, insieme al Comitato Terapie Avanzate (Cat), ha dato il parere positivo.

Si tratta di una malattia causata dalla presenza di un gene alterato che blocca la produzione di una proteina, l’adenosina-deaminasi (Ada), necessaria per la produzione dei
linfociti (un particolare tipo di globuli bianchi). I bambini con Ada-Scid (15 nuovi casi ogni anno in Europa) non hanno un sistema immunitario sano e non possono combattere le comuni infezioni. Il risultato è una malattia potenzialmente mortale nel primo anno di vita. Ma quella terapia pionieristica frutto di ricerca italiana al S.Raffaele, realizzata da Claudio Bordignon, allora responsabile del servizio di ematologia, e da Alberto Ugazio, all’epoca direttore della Clinica pediatrica dell’ospedale di Brescia, ha fatto molti passi avanti. E’ stata sviluppata avanti da Gsk nell’ambito di una collaborazione strategica siglata nel 2010 con San Raffaele-Telethon, anche in collaborazione con MolMed (azienda biotecnologica originata dal San Raffaele).

Il nuovo trattamento, una volta approvato dall’Ema sarà indicato per la cura di pazienti con Ada-Scid per i quali non sia disponibile un donatore familiare compatibile. Quando la compatibilità immunitaria non è perfetta, può verificarsi il rigetto, che pone a rischio la stessa vita del paziente. Il nuovo metodo non richiede invece la disponibilità di un donatore, quindi niente rischi di rigetto. Le cellule del midollo osseo del paziente vengono prelevate e attraverso un vettore viene inserita al loro interno la copia normale del gene Ada. Le cellule con il gene corretto vengono quindi reintrodotte nel paziente attraverso un’infusione endovenosa, dopo la quale alcune di queste cellule tornano nel midollo osseo. Secondo i dati presentati al Chmp, in tutti i 12 bambini inseriti nello studio pilota si è osservato un tasso di sopravvivenza del 100% a 3 anni dal trattamento: nel 92% dei casi la sopravvivenza è risultata libera da trattamento.

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