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Scoperti i segreti dell’altruismo

Da cosa dipende l’altruismo? E come “funziona”? Per scoprirlo, i ricercatori della Scuola internazionale superiore di studi avanzati (Sissa) di Trieste hanno condotto un esperimento con la realtà virtuale. Dai risultati, pubblicati su Neuropsychologia, si è visto che le persone capaci di fare scelte che possono mettere in pericolo anche la propria vita, sono quelle capaci di maggior empatia, e che il loro cervello ha l’area legata all’elaborazione delle emozioni sociali di dimensioni maggiori.

Lo studio
Nella ricerca 80 volontari, ‘immersi’ nella realtà virtuale, avevano di fronte un edificio in fiamme da evacuare in fretta, e dovevano decidere se mettersi in salvo o interrompere la fuga per aiutare una persona ferita. ”Studiare l’altruismo con esperimenti di laboratorio è piuttosto complicato. E’ molto difficile, se non impossibile, riprodurre delle situazioni in modo realistico”, spiega Giorgia Silani, responsabile della ricerca. Da qui la scelta di adoperare la realtà virtuale, con segnali visivi e sonori per aumentare il realismo della situazione, la sensazione di ansia e pericolo.

In più un indicatore evidenziava l’energia vitale rimasta al proprio avatar. Quasi alla fine della fuga, quando di questa energia ne era rimasta davvero poca, i soggetti dovevano scegliere se salvare un ferito intrappolato sotto un armadio che chiedeva aiuto, rischiando loro stessi la vita, oppure andare via subito. Durante la loro avventura nel mondo virtuale sono stati sottoposti a risonanza magnetica. Si è così visto che il 65% si è fermato a soccorrere il ferito, e che aveva livelli più alti di preoccupazione di carattere empatico verso gli altri.

”La propensione ad aiutare gli altri a costo della propria incolumità sembra essere guidata da motivazioni legate alla cura del prossimo”, commenta Indrajeet Patil, uno dei ricercatori. Gli studiosi hanno anche visto che le persone più altruiste hanno una parte del cervello, la insula anteriore, di dimensioni maggiori. ”L’insula è una struttura connessa all’elaborazione delle nostre emozioni sociali”, conclude Silani.

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