Malattie cardiovascolari, più collaborazione tra governance sanitaria e mondo scientifico per combattere il predatore numero uno

Nonostante la pandemia, le patologie che riguardano il cuore e la circolazione sono ancora il killer più pericoloso, responsabile di 10 milioni di decessi all’anno in tutto il mondo. Nel primo Regional Summit si sono confrontati responsabili di società scientifiche e decisori politici per capire come far fruttare gli insegnamenti appresi in questi mesi.  

Durante la prima ondata pandemica gli interventi cardiovascolari hanno fatto registrare una riduzione tra il 70 e il 90% rispetto allo stesso periodo del 2019, con un cardiopatico su due che ha evitato i controlli per timore del contagio o per liste d’attesa troppo lunghe e una mortalità per infarto ischemico acuto che è triplicata.

Anche in periodo Covid le malattie cardiovascolari sono rimaste il predatore numero uno: ogni anno muoiono infatti 4 milioni di persone solo in Europa, 10 il tutto il mondo. In un anno, il Covid ha ucciso 2,5 milioni di persone in tutto il pianeta.

Un confronto tra il mondo scientifico e quello politico-decisionale su questo tema così urgente, è stato al centro della prima puntata dei tre Regional Summit che Sics – Società Italiana di Comunicazione Scientifica e Sanitaria ha organizzato con il supporto incondizionato di Medtronic, con lo scopo di raccogliere proposte operative condivise.

Al primo Regional Summit dedicato alle nuove linee guida cardiovascolari da mettere in pratica nel periodo post-emergenziale hanno partecipato i tre Presidenti delle Società scientifiche Aiac, Gise e Sicve insieme ad altrettanti rappresentanti delle Commissioni Sanità e Salute delle Regioni Piemonte, Lombardia e Veneto.

Strategie per la ripartenza

“Non abbiamo mai visto così tante complicanze d’infarto come in questi mesi – ha affermato Giuseppe Tarantini, Presidente Gise (Società italiana di chirurgia interventistica), nel presentare i numeri sopra esposti – Piuttosto che recarsi in ospedale, i pazienti hanno sopportato il dolore provocato dall’infarto miocardico acuto, tra i più intensi che si possano sperimentare. Persone che normalmente si recavano in ospedale a 300 minuti dall’inizio dei sintomi, arrivavano a 600”.

Roberto De Ponti, Presidente Aiac (Associazione italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione), ha sottolineato come, oltre alla paura, possa aver avuto anche un ruolo “la mancanza di fiducia nel Servizio sanitario nazionale e nei suoi operatori. Dal punto di vista pratico, dobbiamo implementare  il monitoraggio da remoto, sviluppare un modello organizzativo più efficiente e formare adeguatamente il personale”.

Francesco Speziale, Presidente Sicve (Società italiana di Chirurgia vascolare e endovascolare), ha evidenziato come nei primi mesi del 2020 “sia stato chiuso dal 30 al 40% delle sale operatorie in tutte le unità operative, con il fenomeno più massiccio al centro-sud e nelle isole. I pazienti cardiopadici che sono arrivati in quel periodo erano quasi tutti in situazione di emergenza”.

Su incarico del Ministero della Salute, la Gise e altre società scientifiche hanno predisposto un’agenda per la ripartenza, che ha tra gli obiettivi la ridefinizione delle priorità in lista d’attesa: “Ad oggi manca un sistema che permetta di capire se un paziente cardiopatico in lista d’attesa si sta aggravando – ha ricordato Tarantini – Serve un dialogo capillare e continuo tra ospedale e territorio che permetta di dare priorità ai pazienti cardiaci che si stanno aggravando”.

Remunerare la telemedicina

Altro nodo riguarda il monitoraggio a distanza dei dispositivi cardiaci: il Piemonte è tra i pochi casi ad aver deliberato per riconoscere un valore economico a questa attività, che è stata implementata durante la pandemia. “Il controllo da remoto dei device cardio-impiantabili è svolto in alcune strutture fin dal 2008 – ha ricordato Alessandro Stecco, Presidente della IV Commissione Sanità di Regione Piemonte – Nel 2020, con un paio di delibere abbiamo attribuito una tariffazione a questo monitoraggio, riconoscendo anche un valore economico alle televisite. Stiamo lavorando su una piattaforma che permetta di coordinare i vari progetti locali di telemedicina messi a punto in questi mesi dalle diverse aziende”.

Anche Regione Lombardia è al lavoro per riconoscere il monitoraggio da remoto: “Sappiamo quanto sia importante e sono allo studio soluzioni che permettano di rendicontare questa attività”, ha assicurato Selene Pravettoni, Consigliere III Commissione Sanità e Politiche sociali di Regione Lombardia.

Per Sonia Brescacin, Presidente V Commissione Sanità e Sociale di Regione Veneto, la sua Regione “ha dimostrato di possedere un sistema virtuoso grazie anche al coordinamento per la rete integrata interospedaliera infarto miocardico acuto istituito nella primavera 2019 per armonizzare interventi locali – ha ricordato – Durante il Covid abbiamo sperimentato la flessibilità del nostro modello, adesso dobbiamo sfruttare quanto appreso per recuperare le liste d’attesa e migliorare la qualità dei servizi offerti”.

Pronti ad agire

Al termine dello scambio, tutti gli stakeholder si sono detti convinti della necessità di collaborare: mondo scientifico e decisori politici, insieme per trovare le strategie migliori per garantire equità d’accesso ai pazienti con problemi cardiovascolari anche durante una pandemia. “Credo che ci debba essere una maggiore collaborazione con noi società scientifiche, che abbiamo database molto dettagliati che potremo condividere con il mondo politico”, ha affermato Tarantini.

Per De Ponti “i problemi emersi durante il Covid hanno radici lontane ma adesso dobbiamo riuscire a passare dalle parole ai fatti e far sì che queste discussioni sfocino in qualcosa di concreto”.

Nell’impegno corale delle Regioni di ricevere in audizione i rappresentanti delle tre Società scientifiche della cardiologia, il primo mattone di questo nuovo percorso di collaborazione.

di Michela Perrone

 

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