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L’intervista – Sindrome dell’impostore: ecco come affrontarla

Richard Gardner, LBS Mgmt, Entr & Tech

La sindrome dell’impostore è più comune di quanto si potrebbe pensare. Le persone che ne soffrono sono spesso qualificate e competenti, eppure nel ricevere un riconoscimento delle loro capacità sentono di star commettendo una frode. Uno studio pubblicato sul Journal of Vocational Behavior rivela i sentimenti e le strategie messe in atto dalle persone per far fronte a questa condizione. Popular Science ha intervistato Richard Gardner, primo autore dello studio e professore al dipartimento Management, Entrepreneurship, and Technology dell’University of Nevada.

In cosa consiste la sindrome dell’impostore?

Le persone con sindrome dell’impostore hanno proprio la percezione di essere degli impostori, di commettere una frode. Dubitano di loro stessi, mettono in discussione le proprie capacità nello svolgere delle attività o sentono di non dover appartenere ad un determinato gruppo di cui fanno parte. L’aspetto interessante di questa sindrome è che molte delle persone che si sentono in questo modo hanno in realtà raggiunto importanti obiettivi nella vita e dimostrato capacità eccezionali.

Secondo lei, quali potrebbero essere le basi sociali e culturali della sindrome?

La sindrome dipende da molti fattori. In parte sicuramente dalla disposizione della persona, quindi ad esempio, dalla sua personalità. Giocano un ruolo anche le influenze sociali. Nella nostra ricerca abbiamo scoperto che i confronti sociali possono contribuire allo sviluppo della sindrome, e quindi il fatto di ottenere nuovi lavori o promozioni, che comporta un cambiamento di riferimenti e di confronti, potrebbe rappresentare una vera sfida.

Quali possono essere le conseguenze per le persone che ne soffrono?

Le conseguenze tipiche sono l’insorgenza di stress e ansia. Ci possono poi essere dei problemi nell’ambito lavorativo, a volte le persone affette arrivano a licenziarsi. Attraverso il nostro studio abbiamo scoperto che le persone di solito affrontano l’impostorismo cercando dei modi per distrarsi e passare il tempo, alcuni costruttivi, altri distruttivi e isolanti attraverso cui si crea una spirale discendente. Le persone arrivano a lasciare il lavoro anche nei momenti in cui stanno ottenendo degli ottimi risultati.

Su che tipo di persone avete condotto il vostro studio?

In un primo studio abbiamo intervistato 20 persone come campione, e poi nel secondo abbiamo proposto un sondaggio a 213 partecipanti. In entrambe le ricerche ci siamo rivolti a studenti, la maggior parte sui 20 anni, che frequentavano un programma di contabilità d’élite e che iniziavano la loro carriera come ragionieri. Al di là delle interviste, abbiamo posto loro delle domande sui loro primi 6 mesi di programma di studio e abbiamo analizzato le loro prestazioni durante questo periodo. Abbiamo osservato che gli studenti riportano sentimenti di impostorismo nonostante le buone prestazioni.

Quali sono le principali strategie adottate dai partecipanti per far fronte alla sindrome?

Gli studenti che abbiamo intervistato cercano di adeguare i loro standard a gruppi di riferimento, ma, come ho spiegato precedentemente, cercano anche di sfuggire, da un punto di vista cognitivo, dal ruolo di studente, investendo il loro tempo in altri aspetti della loro vita. Se da una parte il supporto proveniente dai colleghi e dagli altri studenti del programma li fa sentire ancora più inadeguati, il supporto di familiari e amici al di fuori del contesto di studio li aiuta a non sentirsi degli impostori.

Sulla base dei vostri studi, che consiglio dareste alle persone per affrontare questa condizione?

Visti i risultati dello studio, consigliamo a queste persone di cercare supporto in gruppi al di fuori del contesto lavorativo o di studio. Abbiamo anche osservato che alcune persone che si sentivano degli impostori, cercavano di aiutare coloro che provavano gli stessi sentimenti e questo contribuiva ad alleviare la propria percezione di impostore. Potrebbe essere un approccio importante e costruttivo anche perché potrebbe far comprendere alle persone che non sono sole nell’affrontare questa condizione e che è possibile lavorare insieme per far fronte alle molte esigenze del lavoro. Uno dei partecipanti allo studio parlando della sindrome ha espresso proprio questo sentimento: “È difficile… ho sentito che dovevamo restare uniti”.

Credit foto in anteprima: Photo Illustration by BYU Photo

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