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Epilessia e gravidanza: studio svedese “assolve” i farmaci

(Reuters Health) – L’epilessia materna è associata a maggiori rischi di esiti avversi della gravidanza e perinatali, ma non legati ai farmaci anti-epilettici. È quanto emerge da uno studio molto ampio condotto da ricercatori del Karolinska Institute di Stoccolma. “Nel complesso, i nostri risultati rassicurano le donne epilettiche sul fatto che assumere farmaci anti-epilettici in gravidanza generalmente non è associato a esiti avversi a carico della mamma o del bambino, anche se è importante ricordare che questi farmaci hanno un potenziale teratogeno”, dice Neda Razaz, autrice principale dello studio. Gli studi sulle donne in gravidanza con epilessia, a oggi, si sono concentrati soprattutto sui legami tra assunzione di anti-epilettici e malformazioni congenite e sviluppo cognitivo della progenie,  ma “le complicazioni materne e perinatali nelle donne con epilessia potrebbero avere ragioni che vanno l’assunzione di questi farmaci”, aggiunge Razaz. “La mortalità materna è 10 volte più elevata nelle donne con epilessia che in quelle non epilettiche”.

Lo studio
Per indagare la questione, i ricercatori hanno condotto uno studio di coorte retrospettivo, a livello nazionale, su tutti i parti non gemellari (a partire dalla ventiduesima settimana di gestazione) avvenuti in Svezia dal 1997 al 2011. Il campione finale ha incluso oltre 1,4 milioni di gravidanze di quasi 870.000 madri epilettiche e 5.373 gravidanze di donne non epilettiche.Dopo l’aggiustamento per fattori come età della madre, indice di massa corporea in gravidanza, fumo e diverse condizioni pre-gestazionali (diabete, ipertensione e disturbi psichiatrici), le gravidanze di donne epilettiche sono risultate associate a maggiori rischi di esiti avversi della gravidanza e perinatali rispetto a quelle di partecipanti non epilettiche.

I risultati
Tra i rischi aumentati nelle donne con epilessia figuravano: preeclampsia (rapporto di rischio aggiustato, 1,24), infezione materna (aRR, 1,85), distacco della placenta (aRR, 1,68), travaglio indotto (aRR, 1,31) e cesareo d’emergenza (aRR, 1,09). I rischi per i figli di madri epilettiche includevano: una maggiore possibilità di nascere morti (aRR, 1,55), nascita pretermine per ragioni cliniche o spontanea (aRR, rispettivamente 1,24 e 1,34), piccola corporatura per l’età gestazionale alla nascita (aRR, 1,25), infezioni neonatali (aRR, 1,42), malformazioni congenite di ogni tipo o gravi (aRR, rispettivamente 1,48 e 1,61), complicazioni legate all’asfissia (aRR, 1,75), indice di Apgar di 4-6 o 0-3 al quinto minuto (aRR, rispettivamente 1,34 e 2,42), ipoglicemia neonatale (aRR, 1,53) e sindrome da distress respiratorio (aRR, 1,48). Da luglio 2005 a tutto il 2011 sono nati 3.231 nati da madri epilettiche, il 42% delle quali erano esposte ai farmaci un mese prima o durante la gravidanza. In contrasto con i risultati degli studi precedenti, l’uso di  anti-epiletticidurante la gravidanza non ha portato a incrementi significativi nel rischio di complicazioni perinatali e del parto, ad eccezione di un tasso più elevato di travaglio indotto (aRR, 1,30).

I commenti
“I nostri risultati rivelano che i rischi aumentati di complicazioni durante gravidanza, travaglio e periodo neonatale potrebbero essere dovuti a fattori patologici legati all’epilessia come una malattia cronica, piuttosto che essere l’effetto degli anti-epilettici di per sé”,  aggiunge Razaz.”I fattori legati all’epilessia potrebbero derivare da tante comorbidità della malattia, come le patologie autoimmuni. Quindi, alle donne epilettiche non dovrebbe essere consigliato di interrompere il trattamento, se questo è clinicamente indicato”. “Si tratta di uno studio molto accurato e completo che si aggiunge alle informazioni sul rischio di esiti avversi della gravidanza”, sottolinea Jacqueline French, direttrice della ricerca traslazionale e degli studi clinici presso il Langone Comprehensive Epilepsy Center dell’Università di New York , non coinvolta nello studio.“Tuttavia, lo studio presenta le stesse potenziali debolezze degli studi basati su popolazioni di big data’, in cui non sono disponibili informazioni dettagliate su diagnosi, altre condizioni mediche e circostanze esatte”.

Fonte: JAMA Neurology 2017

Joan Stephenson

(Versione Italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

 

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