IMPACT FACTOR – Il trattamento della Malattia di Anderson-Fabry: l’EMA recepisce i nuovi studi

A novembre del 2020 l’Agenzia europea per i medicinali (EMA) e l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) hanno approvato una modifica della scheda tecnica dell’agalsidasi beta, la terapia enzimatica sostitutiva per i pazienti affetti da malattia di Anderson-Fabry. Trial clinici più o meno recenti, in particolare condotti da ricercatori tedeschi e canadesi, hanno permesso alle agenzie regolatorie di identificare nell’alto dosaggio somministrato ogni 14 giorni il dosaggio più efficace per i pazienti.

Ne abbiamo parlato con il professor Antonio Pisani, ricercatore della Cattedra di Nefrologia all’Università Federico II di Napoli e il professor Antonino Tuttolomondo, Ordinario di Medicina Interna (Università di Palermo) in occasione di un evento online realizzato grazie al supporto non condizionante di Sanofi Genzyme, dal titolo “Il trattamento della Malattia di Anderson-Fabry: l’EMA recepisce i nuovi studi”. La puntata fa parte del ciclo di incontri Impact Factor, un format LIVE di Popular Science creato con l’obiettivo di raccontare le novità dal mondo della letteratura scientifica e dei congressi.

Gli studi tedeschi
Gli studi tedeschi sono stati i primi a confrontare “due diverse formulazioni e diversi dosaggi in una metodica quasi crossover che garantisce una risposta piena alle nostre esigenze conoscitive, sul dosaggio più efficace”, spiega il Prof. Tuttolomondo. Il gruppo dello scienziato Johannes Krämer, dell’Università di Würzburg ha seguito nel corso di anni gli stessi pazienti, che sono diventati nel tempo sempre più numerosi, precisa Pisani. La prima pubblicazione risale al 2014. Qui si evidenziavano le variazioni di efficacia nei pazienti che passavano a dosi inferiori del farmaco.

Una dimostrazione più ampia è venuta dallo studio prospettico, osservazionale del 2017 in cui i pazienti trattati con un 1mg/Kg di farmaco (dose piena) vengono assegnati a uno dei tre gruppi: continuazione del regime a dose piena, riduzione della dose di agalsidasi beta per poi passare all’agalsidasi alfa o un passaggio diretto ad una dose ridotta di agalsidasi alfa. “Questo complicato ma efficace incrocio di gruppi offre delle risposte agli interrogativi” sul dosaggio, precisa il Prof. Tuttolomondo.

Questo secondo studio non è randomizzato: i pazienti trattati con una dose piena sono quelli che al basale presentano una malattia più grave, con un’attività enzimatica inferiore, un maggior danno renale e un impatto della malattia a livello cardiaco più importante. Ciò nonostante questi pazienti sono coloro che mostrano maggiori miglioramenti in termini di funzione renale ed eventi cardiaci e sintomatologia legata alla malattia, osserva il Prof.Pisani.

Gli studi canadesi
Oltre al contributo tedesco, gli studi canadesi sono stati molto importanti nel rafforzare l’indicazione pratica a questi dosaggi, come spiega il Prof. Tuttolomondo. “Il Canadian Fabry Disease Initiative è un progetto di studio iniziato più di 10 anni fa. In un primo lavoro, del 2014, condotto su circa 300 soggetti, “il 13,3% dei pazienti trattati con agalsidasi beta a dosaggio pieno hanno avuto eventi clinici (morte, ictus cerebrale, evento cardiaco, evento renale) rispetto al 19,3% di quelli trattati con agalsidasi alfa”. Questi dati sono stati confermati di recente nello studio di follow-up a 10 anni presentato come abstract.

L’impatto sulla pratica clinica
Questi dati hanno un impatto sulla pratica clinica. “La certificazione da parte di EMA e di AIFA della maggiore efficacia del dosaggio massimo”, commenta il Prof. Pisani, ci porta sicuramente a “individuare i pazienti che hanno una progressione di malattia con un dosaggio inferiore” per dare loro la possibilità di passare ad un dosaggio maggiore.

 

 

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